Il rottamatore punta a battere il record del Berlusconi II

Governo: Renzi celebra i 1000 giorni e rilancia il Si al referendum. Ma il No è sempre in vantaggio

di Paolo Padoin - - Cronaca, Politica

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Italian Prime Minister Matteo Renzi during the press conference for the one thousand days of his government, in Chigi Palace, Rome, 18 November 2016. ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI

ROMA – Renzi celebra i 1000 giorni del suo governo con una conferenza stampa nella quale, oltre a celebrare i successi dell’esecutivo, dal Jobs Act, agli 80 euro, alle riforme, ha rilanciato la campagna per il Si, sperando in cuor suo che i sondaggi facciano flop anche questa volta e che gli indecisi si convincano tutti a votare Si sulla scheda.

Domani sono mille giorni del governo Renzi, che si piazza al quarto posto per durata. I Governi più lunghi nella storia della Repubblica Italiana (180mm x 70mm)

Il grafico interessante, pubblicato sopra, sulla durata dei vari governi, che vede il rottamatore al 4° posto assoluto dopo due governi Berlusconi e un Craxi, fa capire il perché il presidente non eletto da nessuno, ma investito da Re Giorgio Napolitano,  ci tenga tanto a superare l’ostacolo del 4 dicembre. Facendo un rapido calcolo anche a mente, se si accetta l’idea che l’esecutivo vada a scadenza normale della legislatura (intorno al 15 maggio 2018), aggiungendo ai 1.000 attuali i giorni che restano si va ben oltre i 1.409 giorni, record del Berlusconi II (11 giugno 2001 – 20 aprile 2005), che finora detiene il record di durata. Infatti sommando i 43 giorni residui del 2016, i 365 del 2017 e i 135 del 2018 con quelli già trascorsi si arriva alla bella cifra di 1.543 giorni.

Ma torniamo alla conferenza stampa. Renzi ha sottolineato che il suo governo è nato per fare le riforme costituzionali, le ha fatte e deciderà il cittadino se vanno bene o no. «Nostro compito era anche portare a casa la ripartenza che va ancora piano ma è molto più forte di prima. Credo che sia fisiologico che davanti ad una possibile novità politica ci sia una fibrillazione maggiore dei mercati, personalmente reputo ovvio l’assioma riforme-pil su e al contrario che lo spread salga se non si fanno. Detto questo però chiarisco che il compito di chi sostiene il Sì non è usare la carta della paura ma cercare di riempire di motivazioni le ragioni del Sì. Bankitalia poi fa il suo mestiere».

«Tutti i sondaggi danno il No al referendum in testa. Si potrebbe buttarla sul ridere dal momento che nel 2016 non ne hanno azzeccato una sola, non è che devono iniziare questa volta. Ma vedo la partita referendaria totalmente aperta in ragione degli indecisi. E le buone ragioni che ci spingono a lottare per il Sì sono più forti che mai. Sono convinto che la maggioranza silenziosa degli italiani sappia scegliere sulla base del quesito poi potranno scegliere Sì o no». Se vince il No «cosa accadrà al governo lo scopriremo solo vivendo….Seriamente io penso che questo referendum possa segnare davvero il cambiamento, questo governo è nato per cambiare e fare le riforme. Ove i cittadini bocciassero le riforme, verificheremo la situazione politica».

SONDAGGI – Nonostante tutti gli sforzi del premier però il fronte del No resta saldamente in testa. E solo uno spostamento massiccio degli indecisi verso il Sì potrà evitare a Renzi una cocente sconfitta.

Demos Secondo Ilvo Diamanti, sondaggista di Repubblica, a due settimane dal referendum costituzionale gli orientamenti di voto sembrano definiti. Nell’ultimo periodo il No non solo è in vantaggio sul Sì ma lo ha addirittura ampliato. Per dare qualche numero i contrari alla riforma Boschi sono il 41% contro il 34% di favorevoli. Il mese scorso il distacco era di soli 4 punti mentre a settembre era il Sì ad avere un +8%. Secondo Diamanti, quindi, in due mesi il No ha guadagnato ben 15 punti. Ovviamente restano ancora molti indecisi, il 25%, e saranno loro a decidere la partita.

Ipsos Per Nando Pagnoncelli, che pubblica il suo sondaggio sul Corriere della Sera, i contrari sono al 55% contro il 45% dei pro riforma. Due, però, i dati che, secondo Pagnoncelli non vanno sottovalutati: il 13 % degli elettori è ancora incerto; uno su due ha invece dichiarato che non andrà a votare. Il sondaggista rileva anche, e la cosa non farà piacere a Renzi, che i no sono aumentati soprattutto tra i sostenitori dei partiti di opposizione. Il Sì è sceso dal 40% al 31% tra quelli di FI, dal 21% al 13% tra i leghisti e dal 19% al 15% tra i grillini. Insomma anche se il premier continua a rivolgere loro appelli a votare a favore della riforma, non sembra aver ottenuto il risultato sperato.

Piepoli Sulla Stampa anche Nicola Piepoli si allinea con i colleghi. Per lui il distacco tra No e Sì è di 8 punti (54% contro 46%). Anche qui occhi puntati sugli indecisi. Se il 28% di loro dice di sentirsi più vicino al No, il 48% non ha ancora scelto cosa farà. In ogni caso anche Piepoli come gli altri sondaggisti, fotografa un fenomeno che è quello che, con tutta probabilità, farà la differenza: il referendum del 4 dicembre viene vissuto dagli italiani come un referendum su Matteo Renzi.

Il premier però continua a imperversare su radio e televisioni, in barba alla legge sulla par condicio, e non è detto che non riesca nell’impresa quasi impossibile. Il verdetto spetterà agli italiani che voteranno il 4 dicembre. E speriamo che non si lascino convincere solo dalle chiacchiere ma siano attenti agli argomenti convincenti.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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