Si ipotizzano conflitti fra le due camere

Referendum: la riforma non supera il bicameralismo perfetto, resta il rischio di contrasto fra le due camere

di Paolo Padoin - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Aula senato

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Un’interessante analisi di Giovanni di Cosimo, ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Macerata, distrugge sostanzialmente il principale argomento dei fautori del SI alla riforma costituzionale Renzi-Boschi: il superamento del bicameralismo perfetto. Analizzando bene le nuove disposizioni si giunge alla conclusione che neppure il congegno archittettato dal rottamatore e dalla sua ministra Boschi riuscirà a eliminare completamente questo fattore.
Ma seguiamo il ragionamento dello studioso, apparso in un eccellente articolo, dal titolo ‘L’incognita della doppia maggioranza’, pubblicato il 14 novembre sulla rivista online LaCostituzione.info in merito all’argomento, e in particolare sul ruolo che potrebbe svolgere il nuovo Senato che, nel peggiore degli scenari, potrebbe contrapporsi alla Camera. È lo scenario della doppia maggioranza che si regge su alcune ipotesi, elaborate sulla base dell’attuale formulazione dell’Italicum.

La prima supposizione riguarda la Camera e si basa sulla circostanza che la nuova legge elettorale prevede il meccanismo del ballottaggio già sperimentato nelle elezioni amministrative. Ciò spinge a ipotizzare un parallelo, considerando che nelle ultime elezioni amministrative il M5S ha vinto la maggior parte dei ballottaggi. Se questo trend, che dura dal 2010, si confermasse anche nelle prossime elezioni politiche, il M5S conquisterebbe i 340 deputati che l’Italicum mette in palio come premio di maggioranza. E dunque alla Camera vi sarebbe una salda maggioranza grillina anche se prevalessero i Si. Per quel che conta, i sondaggi confermano che il M5S vincerebbe il ballottaggio contro il PD. E di questo si è accorto anche la vecchia volpe Re Giorgio Napolitano, che ha subito suggerito una modifica della legge elettorale pro Pd.

Passiamo al Senato. La norma transitoria contenuta nella riforma prevede il metodo proporzionale per la prima elezione dei senatori da parte dei consiglieri regionali. Ciò significa che i senatori saranno scelti dai partiti. La conseguenza di ciò è che la maggioranza dell’assemblea non andrebbe al M5S che non guida nessuna regione, ma può vantare solo alcuni sindaci. In altre parole, il M5S non avrebbe la maggioranza al Senato perché non ha la maggioranza in nessuno dei consigli regionali nell’ambito dei quali i partiti sceglieranno i senatori con metodo proporzionale. A questo punto si sarà realizzato lo scenario della doppia maggioranza: la Camera, legata da rapporto di fiducia col Governo, a maggioranza cinque stelle, il Senato invece a maggioranza PD, che attualmente guida la maggior parte delle regioni.

Anche col sistema delineato dalla riforma, la doppia maggioranza costituirebbe un problema, perché sarebbe molto difficile approvare le leggi bicamerali (riforme del testo costituzionale, la legge elettorale per il Senato, leggi per regolare i referendum, leggi sugli enti locali, sulle minoranze linguistiche, sulla partecipazione dell’Italia ai processi normativi Ue ecc.). Inoltre la maggioranza al Senato potrebbe comunque usare sistematicamente dei poteri di intervento nel procedimento legislativo previsti dal nuovo art. 70, allo scopo di rallentare la decisione finale della Camera dominata dal partito avverso. E la semplificazione e snellezza della legislazione, tanto vantate dal duo Boschi – Renzi, andrebbero a farsi benedire.

Problematica potrebbe diventare anche la partita dell’elezione dei giudici della Corte Costituzionale, che la riforma divide fra Camera e Senato, tre contro due. Il rischio è che le due maggioranze scelgano i giudici costituzionali seconda una logica di contrapposizione che potrebbe portare lo scontro dentro la Corte.

Come si vede la riforma epocale della Carta fondamentale non porta concreti vantaggi, ci sta facendo spendere un sacco di quattrini per l’organizzazione di un referendum che sta spaccando in due l’Italia e continuerà a spaccarla in due (o in tre) qualunque sia il risultato della consultazione, e tutto questo al fine di rafforzare il potere di un partito e di un uomo politico.

A meno che Renzi non vada incontro a una sconfitta così netta che anche il pur prudentissimo Sergio Mattarella debba essere costretto, suo malgrado, a chiedere una verifica parlamentare e a varare un governo di scopo (sarebbe il quarto di fila) che gestisca la transizione a nuove elezioni. Ma almeno quest’ultimo sarebbe giustificato dalla particolare circostanza di subentrare a un premier mai eletto e designato, come Monti e Letta, da Re Giorgio Napolitano senza alcuna consultazione popolare, un premier che sta usando il potere attribuitogli per occupare ogni ganglio vitale della politica e dell’amministrazione. Per questo il 4 è bene andare a votare e a fare buon uso della matita tracciando una croce sulla casella giusta, quella del No.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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