Per evitare irregolarità e abusi

Lavoro, busta paga: rivoluzione, un ddl del Pd imporrà l’accreditamento sul conto corrente del lavoratore

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Politica

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ROMA – Una parte di lavoratori dipendenti sono ormai da lungo tempo abituati, nel settore privato, a ricevere la busta paga dal datore di lavoro e a firmare la ricevuta, anche se per molti è più comodo e conveniente l’accredito sul c/c. Adesso però quest’ultimo sistema diventa regola, stipendi versati solo in banca o in posta e la firma sulla busta paga non costituirà prova dell’avvenuto pagamento. Sono queste le principali novità introdotte dal disegno di legge (c1041) recante disposizioni in materia di modalità di pagamento delle retribuzioni ai lavoratori che è all’esame della commissione lavoro della Camera in sede referente, si legge su Studiocataldi.it.

Ratio del provvedimento, che vede come prima firmataria la dem Titti Di Salvo e relatrice Valentina Paris (Pd), è quella di offrire una soluzione a un problema che colpisce moltissimi lavoratori italiani. «È infatti noto – si legge nella relazione al testo – che alcuni datori di lavoro, sotto il ricatto del licenziamento o della non assunzione, corrispondono ai lavoratori una retribuzione inferiore ai minimi fissati dalla contrattazione collettiva, pur facendo firmare al lavoratore, molto spesso, una busta paga dalla quale risulta una retribuzione regolare».

Stipendi solo in banca o in posta, scelta al lavoratore – Il provvedimento che si compone di 5 articoli introduce un semplice meccanismo che consiste nel rendere obbligatorio il pagamento delle retribuzioni ai lavoratori (nonché ogni anticipo), attraverso gli istituti bancari o gli uffici postali. La scelta del sistema di pagamento è rimessa direttamente al lavoratore, il quale potrà optare per l’accredito diretto sul proprio conto corrente, per l’emissione di un assegno (consegnato direttamente al lavoratore o in caso di comprovato impedimento a un suo delegato) oppure per il pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale. Viene vietato in sostanza ai datori di lavoro il pagamento della retribuzione a mezzo di assegni o contante qualunque sia la tipologia del rapporto di lavoro instaurato. Si stabilisce, inoltre, che la firma della busta paga non costituisce prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione.

Gli obblighi del datore di lavoro – Il provvedimento fissa l’obbligo per il datore di lavoro, al momento dell’assunzione, di comunicare al centro per l’impiego competente gli estremi dell’istituto bancario o dell’ufficio postale che provvederà al pagamento delle retribuzioni al lavoratore, nel rispetto delle norme sulla privacy. Allo stesso modo, l’ordine di pagamento potrà essere annullato soltanto trasmettendo alla banca o alle poste copia della lettera di licenziamento o delle dimissioni del lavoratore.

La convenzione – La proposta di legge prevede, inoltre, la stipula di una convenzione (entro tre mesi dall’entrata in vigore) tra il Governo e l’Associazione bancaria italiana e la società Poste italiane Spa che individua gli strumenti bancari e postali idonei per consentire ai datori di lavoro di eseguire il pagamento della retribuzione ai propri lavoratori, con l’importante previsione che ciò non deve determinare nuovi oneri né per le imprese nè per i lavoratori.

Le esclusioni – Il ddl esclude dagli obblighi introdotti i datori di lavoro che non sono titolari di partita Iva, i quali spesso non sono neanche titolari di un conto corrente. In ogni caso sono esclusi dalla pdl, i rapporti di lavoro domestico e familiare (nei quali i datori spesso sono persone anziane o disabili), così come i rapporti instaurati dai piccoli o piccolissimi condomini (ad es. per pulizia scale o manutenzione verde condominiale).

Le sanzioni – Sono, infine, previste pesanti sanzioni pecuniarie (da 5mila a 50mila euro) per i datori di lavoro che non ottemperano agli obblighi introdotti dalla legge. Chi non comunica al centro per l’impiego competente per territorio gli estremi dell’istituto bancario o dell’ufficio postale che effettuerà il pagamento delle retribuzioni è soggetto al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria di 500 euro e al successivo accertamento della direzione provinciale del lavoro, che procederà alle conseguenti verifiche.

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Camillo Cipriani

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