Le ultime nomine hanno privilegiato le donne

Prefetture sempre più rosa, ma il ruolo del prefetto è nel mirino di politici e intellettuali

di Paolo Padoin - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Da tempo nei gradi più alti della dirigenza pubblica si contano sempre più donne che reggono importanti uffici ministeriali o periferici. Sotto molti aspetti è un fattore di progresso e di modernità, il ruolo delle donne nella società è profondamente cambiato anche in quest’ultimo quarto di secolo. Sono lontani i tempi (1990) nei quali al  ministero dell’Interno si celebrava come un evento la nomina delle prime due prefette, Anna Maria D’Ascenzo e Maria Teresa Cortellessa dell’Orco. Oggi in sede si contano 50 signore a fronte di 53 uomini, mentre in totale, su 170 prefetti (ruolo 2016) gli uomini ancora prevalgono di poco, 99 contro 71.

Anche le nomine dell’ultimo anno confermano il trend: da Milano a Roma, a Napoli a Bari, alla guida delle grandi città sono approdate quattro signore. A Milano è stato presentato dalla stampa come un evento storico l’ingresso a Palazzo Monforte di Luciana Lamorgese, già capo gabinetto del ministro dell’Interno.
Nelle stanze del Viminale, come rilevato, sono ancora più i prefetti uomini, ma le donne stanno inserendosi sempre più in posti di assoluto rilievo. Manca ancora la prima donna Capo della polizia: Gabrielli è ancora giovane e fresco di nomina, ma prima o poi ci arriveremo. Le funzionarie del ministero dell’interno hanno meritatamente acquisito ruoli sempre più rilevanti grazie alla loro preparazione, alla loro tenacia, al loro buon senso.

Anche in un settore strategico come l’ufficio di gabinetto del ministro, il nuovo Capo Mario Morcone è affiancato da due signore. Come vicecapo di Gabinetto vicario, infatti, è stata nominata Patrizia Impresa che si aggiunge a Sandra Sarti. E non dimentichiamo certo Betty Belgiorno, capo del dipartimento degli affari interni e territoriali e Gerarda Pantalone, fresca capo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. Faccio sicuramente torto alle tante altre colleghe che, al centro e in periferia, reggono egregiamente uffici e prefetture, ma non posso ricordarle tutte come meriterebbero.

Al momento dell’ingresso di tante signore nelle poltrone prefettizie si è posto il problema di come appellarle. Abbandonata la comoda scorciatoia di un appellativo bisex ormai obsoleto, Sua Eccellenza, è venuto di moda l’appellativo di prefetta, soprattutto dopo le dichiarazioni della presidente della camera Laura Boldrini, che ha invocato per le cariche pubbliche la declinazione al femminile. Dunque oltre alla presidenta abbiamo la prefetta, la sindaca, la questora, l’assessora. Ma non mi sembra poi una questione fondamentale.

Prendo atto piuttosto che verso le prefetture è in atto una campagna che cerca di mettere in luce aspetti negativi del nostro ruolo. I sindaci hanno preteso nuovi poteri per la sicurezza (e li hanno ottenuti) a scapito dei prefetti, il governatore toscano Enrico Rossi ripete continuamente che la gestione dei migranti deve essere affidata a regioni e autonomie locali, dimenticando che la sua tanto reclamizzata politica della distribuzione territoriale diffusa dei migranti è stata resa possibile dall’intervento dei prefetti. Il governatore veneto Luca Zaia contesta la redistribuzione dei migranti che i prefetti sono stati costretti a effettuare nella sua regione.

Adesso ci si è messo anche Magdi Cristiano Allam, tornato sul proscenio con un recente articolo sul Giornale, dove lancia pesanti accuse a prefetti e prefetture. Che a suo avviso sono diventate addirittura  «il principale strumento in ambito locale dell’auto-invasione demografica finalizzata alla sostituzione della popolazione italiana con un’umanità omogeneizzata all’insegna del meticciato antropologico globalizzato». Le prefetture sono definite così istituzioni che storicamente e inequivocabilmente sono parte integrante di un sistema di potere centralistico, accentratore e autoritario. In tema d’immigrazione, secondo Allam, gestiscono «un fiume di denaro pubblico che alimenta il giro d’affari in assoluto il più lucroso della nostra storia contemporanea, con profitti che si impennano all’ennesima potenza e sono elargiti a enti che si sono ingrassati a dismisura grazie al cosiddetto business dell’accoglienza».

Per la prima volta nella storia d’Italia – continua il dotto scrittore –  le prefetture «si sono trasformate in una sorta di agenzia immobiliare del tutto particolare, in cui non è il locatario che paga per la nuova sistemazione di cui beneficia, ma è il locatore che mette a disposizione generosamente tutto e di più: alloggio comprensivo di acqua, luce, riscaldamento e spese condominiali, vitto, abbigliamento, wi-fi, sigarette e contanti per gli acquisti personali, in aggiunta alla sanità, all’istruzione, ai trasporti e a qualsiasi altra necessità. Tutto gratuitamente, tutto senza chiedere assolutamente nulla in cambio».

Sono affermazioni che colpiscono l’opinione pubblica e che espongono fatti anche reali. E’ innegabile che la nostra accoglienza è molto, troppo generosa, ma di questo non si può e non si deve dar la colpa ai prefetti, che invece cercano di gestire, spesso con la scarsa collaborazione, se non con l’ostilità, delle istituzioni locali, una delicata attività, sulla base di precisi indirizzi governativi.

E’ facile rispondere a queste critiche ingenerose e in parte infondate. Le prefetture si stanno accollando da tempo il peso di attività che altre istituzioni o non sono in grado di fare o non vogliono fare. Il caso dei pochi comuni che si impegnano nell’accoglienza (solo poco più di 2.000 su 8.000) è significativo, mentre la gestione degli affidamenti alle cooperative e associazioni di quello che viene definito il business dell’accoglienza è soggetta a regole e rendicontazioni stabilite dal ministero dell’Interno.

Non è la prima volta che prefetti e prefetture sono sotto accusa e sotto attacco. Dalla famosa invettiva di Luigi Einaudi «Via il prefetto» periodicamente risorge – da parte di ambienti politici, amministrativi, culturali ed economici – il tentativo di far fuori il rappresentante dello Stato e del governo sul territorio. Se però da 220 anni il prefetto resiste ancora saldamente sulla breccia ci sarà qualche motivo, e questo risiede soprattutto nella professionalità, nel sacrificio, nell’imparzialità dimostrata dai funzionari della carriera prefettizia nella gestione di un ruolo che risulta ancora di fondamentale importanza nel nostro ordinamento. Con tutte le responsabilità e i rischi che questo comporta.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
paolo.padoin@firenzepost.it

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