La scarcerazione immediata dell'autore del delitto

Giustizia: riflessioni sulla discrezionalità dei giudici dopo l’omicidio di Alatri

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento

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Non ho voluto commentare immediatamente il gravissimo fatto dell’omicidio del giovane Emanuele Morganti, 20 anni, ad Alatri ucciso barbaramente da un gruppo di violenti per ragioni che sembrano di poco conto. L’episodio, se da un lato conferma l’imbarbarimento della nostra società, dall’altro ha fatto emergere ancora una volta le conseguenze nefaste della troppa discrezionalità con la quale i magistrati giudicano determinati episodi e ne traggono le conseguenze.

Uno degli omicidi del ragazzo aveva precedenti per droga, era stato scoperto con 300 dosi di cocaina, 150 di crack e 600 di hashish in compagnia di tre complici, ma era stato scarcerato la mattina stessa perché quella roba giustificava un «consumo di gruppo». II gip di Roma non riconobbe neanche l’obbligo di firma, come aveva chiesto la Procura.

Rigore e garantismo, giustizialismo e innocentismo sono i sentimenti che, a fasi alterne, influiscono sulle decisioni giudiziarie, anche se prevale il buonismo. Quando il ministro Angelino Alfano criticò i magistrati di Bologna per alcune scarcerazioni di spacciatori di droga, l’Associazione nazionale magistrati replicò: «Siamo tenuti ad applicare le leggi che, per le misure cautelari, prevedono forti limiti e divieti di applicazione, soprattutto in casi di incensurati».

Sulla vicenda di Alatri e la decisione del gip di Roma, il ministro Orlando ha preannunciato un’ispezione e anche il Csm farà verifiche conoscitive. I reati cosiddetti predatori, come furti e rapine, gli omicidi e lo spaccio di droga creano palesemente maggiore allarme sociale e senso di insicurezza. Un magistrato di Terni, Maurizio Santoloci, aveva più volte osservato: «Può accadere che soggetti dediti al crimine anche violento commettano reati gravi, vengano arrestati e condannati, ma paradossalmente tali reati non risultano subito nel certificato penale. Quindi, ad esempio, se vengono arrestati in flagranza dei condannati solo pochi giorni prima, negli atti risultano incensurati. Poi, naturalmente, esiste anche un problema di interpretazioni della legge».

Vediamo che cosa prevede la legge. L’articolo 133 del codice penale riserva al magistrato autonomia di giudizio interpretativo e anche un margine discrezionalità. Dall’autonomia interpretativa nasce la giurisprudenza. A Bologna, i magistrati hanno recentemente disposto un’aggravante, che ha consentito di tenere in carcere alcuni arrestati in piazza Verdi presi in flagranza di reato: lo spaccio di droga vicino le scuole.

Ma ci sono soprattutto evidenze di tipo contrario, di scarcerazioni che l’opinione pubblica giudica troppo facili. Adesso parliamo di Alatri, ma in passato c’erano stati altri casi eclatanti come testimonia la famosa vicenda di Luca Delfino, accusato per la morte della fidanzata Luciana Biggi. La Procura ritenne insufficientigli indizi e lasciò l’uomo libero anche se indagato. Un anno dopo, Delfino accoltellò la nuova fidanzata, Antonietta Multar.

Piercamillo Davigo, ricordando tangentopoli ha dichiarato: «Non ho mai riconosciuto eccessi nell’uso della misura cautelare. Se abbiamo esagerato, lo è stato con le scarcerazioni. Non ce ne doveva essere uno a piede libero perché erano vent’anni che avevano quegli stessi comportamenti».

Anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica in merito alle controverse decisioni della magistratura si dimostra non uniforme; accetta più garantismo con i colletti bianchi coinvolti anche in inchieste di corruzione, ma pretende rigore e giustizialismo con chi è accusato di reati violenti, quelli che appunto creano maggiore allarme sociale.

Ma le campane degli operatori della giustizia sono diverse: solo pochi giorni fa, la Camera penale di Modena ha polemizzato con la Questura, che lamentava l’eccesso di scarcerazioni di spacciatori. «Un sistema processuale improntato sulla presunzione di innocenza e la celebrazione dei processi, la custodia cautelare in carcere è l’eccezione» hanno scritto i penalisti modenesi. Qualcuno auspica che s’introduca l’obbligo di un automatismo interpretativo in presenza di determinati elementi e determinate situazioni, ma resterà sempre e comunque la necessità di un giudizio affidato alla professionalità e alla coscienza del singolo magistrato.

 

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