Confermato segretario con maggioranza schiacciante

Pd: Renzi si conferma segretario col 75% dei voti, Orlando al 20%, Emiliano al 5%

di Paolo Padoin - - Cronaca, Politica, Top News

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ROMA – Matteo Renzi torna leader del Pd, rilegittimato dopo la pesante sconfitta al referendum e le dimissioni da premier. Quasi 2 milioni di elettori, smentendo le previsioni fosche della vigilia, hanno votato alle primarie e, secondo i dati non ancora ufficiali, quasi il 75% avrebbe scelto il bis dell’ex segretario rispetto ai rivali Andrea Orlando, intorno al 20%, e Michele Emiliano sul 5%. Secondo il comitato Emiliano dai dati raccolti al momento i risultati parziali sarebbero parzialmente diversi: Renzi 67%, Orlando 18%, Emiliano 15%, ma anche in questo caso l’ex segretario riporterebbe una maggioranza schiacciante. Una sfida dall’esito scontato, secondo molti, ma che i renziani festeggiano come la ripartenza in vista delle elezioni politiche. Una responsabilità straordinaria, ringrazia l’ex premier.

La scissione di Bersani e D”Alema, consumatasi dopo il 4 dicembre, aveva fatto temere un crollo dei votanti ai gazebo rispetto ai 2,8 milioni delle precedenti primarie. Ed invece, soprattutto nelle città, il calo è stato contenuto e in alcuni momenti si sono create file ai seggi che hanno allungato l’orario di chiusura. Così come non sono mancate denunce e accuse incrociate tra le mozioni rivali: annullati i voti di Nardò, Gela e Cariati mentre a Napoli, dove il deputato renziano Ernesto Carbone era stato mandato come ‘osservatore in Campania, pare evitato il caos brogli del passato. Smentito chi aveva già fatto il funerale delle primarie, commenta il vicesegretario Lorenzo Guerini ribattendo a Beppe Grillo ma avvisando anche chi, dentro il Pd, considera i gazebo uno strumento superato. C’è, invece, ancora chi crede nella scelta del leader attraverso le primarie: nel savonese ha addirittura votato una nonna di 102 anni. E sembrano crederci ancora anche i leader del passato: Walter Veltroni ha votato nel circolo Berlinguer a Buenos Aires, Enrico Letta, che ha votato per Orlando, a Parigi. E Romano Prodi, facendo la sua scelta a Bologna e ricordando che alle sue primarie in 3,7 milioni andarono ai gazebo, ha auspicato che la partecipazione non sia solo il giorno delle primarie, impegno per il dopo. E in coda per votare si è messo anche il premier Paolo Gentiloni che ha votato a Roma prima di partire per una missione in Kuwait, salvo poi congratularsi in serata con il suo predecessore per la vittoria.

Ma le primarie non risolvono tutti i problemi del Pd, a partire dall’unità del partito. Matteo Renzi, dopo aver votato in mattinata a Pontassieve insieme alla moglie e alla figlia, ha raggiunto in serata il Nazareno, dove ha festeggiato con i sostenitori della sua mozione. Orlando è rimasto nel suo comitato a Roma ed Emiliano ha preferito restare nella sua Bari. Entrambi escludono nuove scissioni ma le distanze con il vincitore sono profonde, a partire dalle alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni. Chi ha vinto da domani deve essere il segretario di tutto il Pd, chiede Gianni Cuperlo riconoscendo il risultato.

Gli sfidanti di Renzi si preparano ora a dare battaglia dentro il partito sia nella linea politica sia nella definizione della legge elettorale. Noi saremo sempre leali ma non obbedienti, chiarisce Francesco Boccia. E farà discutere il nodo delle alleanze. L’intesa con Berlusconi non esiste, taglia corto Matteo Richetti alla vigilia dello sprint che il neosegretario si prepara a fare. «Siamo protagonisti di questo sforzo di governo», assicura Martina – e con lui Franceschini – facendo però capire che il Pd vuole avere voce in capitolo nelle scelte di governo, dal crac Alitalia alla manovra di ottobre.

Le prime dichiarazioni di Matteo Renzi: «Il congresso segna l’inizio di una pagina nuova, non è al rivincita o il secondo tempo della solita partita. Ha vinto tutto il Pd ma soprattutto quello che non si è vergognato delle cose fatte in questi anni, della legge sul dopo di noi, delle unioni civili, della legge sul lavoro, perché se ci sono 700mila posti di lavoro in più non possiamo far finta di vergognarcene, il Jobs act è una delle cose più straordinariamente di sinistra fatte». E infine una frase suscettibile di varie interpretazioni in vista delle elezioni: «Noi vogliamo fare una grande coalizione con le associazioni, con il civismo, con le persone. Non con dei partiti che non rappresentano neanche se stessi».

 

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Paolo Padoin

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già Prefetto di Firenze
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