Le percentuali abnormi segnalate in uno studio

Tasse e welfare: la Confederazione dirigenti d’azienda difende la classe media tartassata dal fisco

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento

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Dal notiziario di Franco Abruzzo, Presidente dell’ riprendiamo un articolo elaborato dalla Cida, Confederazione italiana dei dirigenti d’azienda, in merito al tema del finanziamento del welfare, tanto caro a Boeri, Presidente Inps, che lo vorrebbe fare a scapito dei pensionati: «Troppo facile finanziare il welfare con il super-Irpef. Poco più del 12% dei contribuenti versa circa il 54% dell’Irpef complessiva. Questo 12% è composto da contribuenti che dichiarano redditi dai 35mila ai 300mila euro annui (questi ultimi sono lo 0,083%; lo 0,20% quelli da 200mila euro). E il grosso, sta fra i 35mila ed i 100mila euro: questi, ad esempio, sono l’1,08% dei contribuenti, cioè un esercito di 440mila noti al fisco che versa all’erario il 17,22% del totale dell’Irpef !».

L’eccessiva pressione fiscale e le difficoltà di mantenere gli attuali livelli di welfare sono due facce della stessa medaglia: se non si interviene sul primo aspetto non si troveranno più le risorse necessarie a finanziare l’assistenza sociale, con gravi ripercussioni sulla qualità della vita. Così Giorgio Ambrogioni, presidente della Cida, la Confederazione dei dirigenti e quadri pubblici e privati, commenta la ricerca sull’Irpef 2015 realizzata dal centro studi ‘Itinerari previdenziali’ presieduto dall’economista Alberto Brambilla.

«I dati pubblici e incontrovertibili dimostrano che le tasse le paga davvero soltanto chi ‘dichiara’ i propri redditi. Un meccanismo ormai degenerato, perché da un lato è cresciuta l’area dell’esenzione e delle agevolazioni fiscali legate al reddito, spesso motivate da clientele e favoritismi elettorali, e dall’altro sono aumentate evasione ed elusione fiscale. E’ evidente – ha detto Ambrogioni – che stando così le cose, le risorse per il welfare ‘allargato’ sono sempre meno e finiscono con l’essere prelevate in misura crescente laddove è più facile reperirle. Ovvero nel lavoro dipendente e nelle pensioni in cui i redditi dichiarati sono certificati dal sostituto d’imposta. Un sistema ormai perverso che non solo ‘incentiva’ a dichiarare il meno possibile per versare meno tasse e godere di una più vasta offerta di servizi sociali legati al reddito, ma che colpisce in modo progressivo – con l’attuale curva degli scaglioni – stipendi e pensioni medio-alte impoverendo il ceto medio e livellando verso il basso il tenore di vita.

Le cifre del rapporto parlano chiaro: ci sono oltre 50 mld di euro da coprire per i costi del servizio sanitario dei cosiddetti ‘incapienti’, poi i 103 mld della spesa sostenuta per l’assistenza (manca un’anagrafe di tale voce di bilancio) e, ancora, vi sono più di 10 mln di pensionati che non dichiarano nulla ai fini Irpef. Di fatto – prosegue Ambrogioni – con l’attuale sistema, chi è in regola con il fisco finisce, inevitabilmente, con il sostenere finanziariamente il welfare di chi non versa a sufficienza. E il combinato disposto dell’imposizione sui redditi da lavoro dipendente e da pensioni, con l’attuale sistema di aliquote e scaglioni, sommato alle sacche di elusione ed evasione, secondo la ricerca di Itinerari previdenziali, fornisce una fotografia insostenibile della fiscalità italiana. Poco più del 12% dei contribuenti versa circa il 54% dell’Irpef complessiva. Questo 12% è composto da contribuenti che dichiarano redditi dai 35mila ai 300mila euro annui (questi ultimi sono lo 0,083%; lo 0,20% quelli da 200mila euro). E il grosso, come attestano tutte le analisi, sta fra i 35mila ed i 100mila euro: questi, ad esempio, sono l’1,08% dei contribuenti, cioè un ‘esercito’ di 440mila noti al fisco che versa all’erario il 17,22% del totale dell’Irpef !.  Per inciso i 100 mila euro annui, con l’attuale aliquota, si riducono a circa 52mila, ma il reddito spendibile è ancora meno perché scatta la ‘soglia’ dell’accesso ai servizi sociali (asili nido, istruzione in genere, sanità, ecc.).

Il che comporta maggiori spese per il nucleo familiare. Stiamo parlando di fasce sociali nelle quali dirigenti e quadri sono ampiamente rappresentati e che hanno visto progressivamente peggiorare il proprio tenore di vita. “Ma la rivendicazione di categoria, pur doverosa, legittima e documentata, è solo la cartina di tornasole di un sistema che non regge più e il cui malfunzionamento, dimostrato ancora una volta da Itinerari previdenziali, mina alla base lo Stato sociale che conosciamo e che l’Italia ha costruito un pezzo alla volta, dal Dopoguerra ai giorni nostri. Come è possibile, infatti, che i circa 300mila dirigenti (pubblici e privati) che percepiscono una retribuzione netta di 4-5 mila euro al mese, siano la maggioranza dei contribuenti appartenenti alle classi di reddito più elevate, quando prendendo la briga di consultare i documenti dell’Aci, dell’Agenzia delle Entrate e del Registro navale si evince che: le autovetture di grossa cilindrata, cioè con oltre 2.500 cv, sono quasi 1,5 mln; almeno 1 mln italiani soggiorna ogni anno negli alberghi a 5 stelle e di lusso; le abitazioni di pregio, cioè ville e villini, iscritte nei registri catastali superano i 2 milioni; nelle capitanerie di porto risultano iscritte 80mila imbarcazioni di almeno 10 metri di lunghezza. E l’elenco potrebbe continuare se ci soffermassimo sul divario fra gli indici del tenore di vita ed i dati del fisco.

Non è più possibile sopportare questo squilibrio. La classe politica deve farsi carico di questa responsabilità adesso. E come categoria che ha sempre fatto il proprio dovere fiscale, facendosi carico anche della solidarietà, non possiamo più tacere, né dare deleghe in bianco ai rappresentanti dei partiti. Le proposte ci sono, autorevoli e documentate, Noi, da parte nostra, ne stiamo elaborando una che presenteremo al Governo, pronti a discuterla e ad esaminarne altre. Purché si passi dalle parole ai fatti».

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