Tempesta al Viminale

Il Viminale, sede del ministero dell'Interno
Il Viminale, sede del ministero dell'Interno
Il Viminale, sede del ministero dell’Interno

II capo di gabinetto del ministro dell’Interno Alfano, prefetto Giuseppe Procaccini, ha senza dubbio avuto un ruolo centrale nell’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia Alua. A lui il ministro aveva affidato il compito di sbrogliare la matassa, il resto lo hanno fatto i vertici del dipartimento di pubblica sicurezza, da lui stesso attivati su richiesta dell’ambasciatore kazako in Italia. Sembra che il 27 maggio scorso, dopo aver cercato di contattare inutilmente il ministro Alfano, l’ambasciatore kazako abbia ottenuto un appuntamento con il capo di gabinetto. L’obiettivo appare chiaro: sollecitare l’arresto del dissidente Mukhtar Abiyazov, che viene definito «un pericoloso latitante, che gira armato per Roma e si è stabilito in una villetta di Casal Palocco».

Secondo quanto riferisce il quotidiano che ha sollevato il caso, Procaccini interessa subito il capo della segreteria del dipartimento della pubblica sicurezza (in quei giorni il nuovo capo della polizia non era ancora insediato). Seguiamo la ricostruzione del quotidiano, normalmente ben informato. La riunione non va per le lunghe: di fatto Procaccini avrebbe sollecitato il dipartimento a fare in modo che quanto i kazaki chiedevano con insistenza venisse fatto rapidamente. E così avviene. E poi? Il ministro nega di essere mai più tornato sulla questione; liberatosi dei diplomatici, Alfano avrebbe semplicemente rimosso la faccenda e Procaccini non gliene avrebbe più parlato. Il dipartimento non ha avvertito il ministro, nella ovvia considerazione che doveva provvedere il capo di gabinetto. Per quale misteriosa ragione un funzionario, che ha lavorato per tutta la vita al ministero, non ha riferito l’esito di una riunione che era stato incaricato di realizzare proprio dal ministro?

Sarebbe stato poi lo stesso Alfano a chiedere notizie in merito, dopo che la collega Bonino aveva chiesto lumi su quello che le era stato prospettato come una grave violazione dei diritti umani. Il ministro dell’Interno — secondo quanto riferito dal quotidiano — trasecola. Alza il telefono e chiede all’appena insediato capo della polizia, Alessandro Pansa, d’informarsi su quella donna e sua figlia. Risulta subito evidente che, dopo la riunione con Procaccini e i due diplomatici kazaki, il dipartimento di P.S. ha messo rapidamente in moto la macchina che ha portato all’espulsione, coinvolgendo Interpol e Questura di Roma. Ma Farnesina e Interpol non hanno segnalato, o non sapevano, che Alma Shalabayeva, la donna espulsa insieme alla figlia di 6 anni, era la moglie di un noto dissidente kazako?

Molte cose non quadrano in questa vicenda.  E infine dovrà uscire allo scoperto anche la prefettura di Roma, visto che il provvedimento è stato firmato in quell’ufficio.

Angelino Alfano sconta anche gli effetti della gestione Cancellieri (ex ministro dell’interno), durante la quale erano emersi favoritismi,  alcune inchieste penali avevano coinvolto numerosi alti dirigenti.

I ministri interessati risponderanno in parlamento riferendo quanto emergerà dall’inchiesta del capo della polizia. Resta il fatto che, secondo le prime indiscrezioni, un capo di gabinetto, esperto e lautamente retribuito, non avrebbe compiutamente informato il ministro. In questi casi, come normalmente accade ai prefetti, o si è colpevoli e si scontano le nostre colpe, o non si è colpevoli e si pagano colpe altrui.

Non sappiamo ancora quale sia la verità, ma osservo che, se fossero confermate le indiscrezioni, chi in passato si è attivamente impegnato per azionare procedure rivelatesi illegittime – che hanno leso i diritti di alcuni colleghi e dalle quali altri hanno tratto vantaggio – ora si trova nell’occhio del ciclone, e non è la prima volta. Può darsi che il capo gabinetto esca indenne e che risultino responsabili del misfatto solo alcuni alti funzionari ministeriali prossimi alla pensione o qualche dirigente della prefettura di Roma. Non mi meraviglierei: in Italia, si sa, ci rimette sempre l’anello più debole. Ma questa volta il ministro sembra intenzionato a andare fino in fondo, è una questione di sopravvivenza.

Alfano, Viminale


Paolo Padoin

Già Prefetto di Firenze Mail

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