L'Italia cede il controllo del settore strategico delle telecomunicazioni

Telecom parla spagnolo

di Paolo Padoin - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento

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«L’Italia non può perdere il controllo di Telecom». L’ultimo grido d’allarme, lanciato dal presidente della commissione Industria del Senato (ed ex giornalista) Massimo Mucchetti, è caduto nel vuoto generale della politica e delle istituzioni. La compagnia spagnola Telefonica ha praticamente conquistato il pieno dominio sul gruppo delle telecomunicazioni italiane. Dopo Alitalia, che sarà probabilmente preda di Air France, dopo la vendita della proprietà di grandi firme della moda, l’Italia perde anche il controllo di un settore particolarmente strategico come le telecomunicazioni.

È l’epilogo di una trasformazione iniziata nel ’96 con la fusione di tutte le società telefoniche di Stato in una sola grande azienda, Telecom Italia per l’appunto, e della privatizzazione che nel 1997 consegna il gruppo, controllato dallo Stato attraverso l’Iri, ad un «nocciolo duro» di azionisti con appena il 6,6% del capitale, guidato dalla famiglia Agnelli affiancata da Generali ed altri protagonisti del «salotto buono». Fu una scelta contrastata sin dall’inizio e avversata da Guido Rossi che, chiamato come presidente a governare il riassetto della telefonia, si batté per un modello diverso da quello che il governo di Romano Prodi (con Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro) poi adottò. Rossi pensava ad una public company, azionariato diffuso per la più classica delle utility, e perse la partita.

A distanza di oltre 15 anni da allora Telecom è stata ridimensionata ed è stata caricata di una montagna di debiti. Il passaggio cruciale di questo percorso è stata prima la scalata lanciata nel ’99 da Roberto Colaninno, tramite Tecnost-Olivetti-Bell, e i suoi soci tra cui Emilio Gnutti e Giovanni Consorte. A guidare Telecom c’era Franco Bernabè che si trovò preso in contropiede. Tentò di reagire proponendo un mega-accordo con Deutsche Telekom. La manovra non riuscì e Palazzo Chigi, allora guidato da Massimo D’Alema, optò per i «capitani coraggiosi» (naturalmente vicini alla sinistra).

La scalata fu finanziata a debito e oggi la compagnia porta ancora il peso di quell’operazione. Le tappe successive sono state il passaggio nel 2001 di Telecom a Marco Tronchetti Provera e ai Benetton, attraverso la finanziaria Olimpia, controllata da Pirelli, Edizione Holding, Banca Intesa e Unicredit cui si aggiunge Hopa (Gnutti). Nuovo ribaltone e nuove fusioni societarie che, con l’incorporazione di Tim, scaricano altri debiti su Telecom. Nel frattempo vengono vendute società e immobili. Oggi, del grande impero Telecom, restano solo Tim Brasil e Telecom Argentina che Telefonica dovrà vendere per ragioni di Antitrust.

Fin qui le vicende del declino del quarto gruppo industriale italiano, depositario di un patrimonio strategico: la rete di telecomunicazioni italiana. Anche di questo si darà la colpa a Berlusconi? Si tratta invece della storia esemplare dei guasti che ha prodotto, in diversi casi, la perversa alleanza fra politici e grandi e piccoli industriali, alcuni dei quali vicini alla sinistra. Certo anche questa vicenda peserà e non poco sull’evoluzione della nostra situazione economica e sociale, e comunque nuoce gravemente al prestigio del nostro paese. Ci sarà, forse a seguito di denuncia di qualche cittadino o di qualche politico, l’intervento della magistratura, finora molto impegnata sul versante Mediaset? O prevarranno, come sempre, gli interessi dei poteri forti? Vedremo, ma temo che sia destinata a concretizzarsi questa seconda ipotesi.

 

 

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Paolo Padoin

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già Prefetto di Firenze
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