4 novembre, l’alluvione: l’Arno ci minaccia come 48 anni fa

Gaia Checcucci
Gaia Checcucci, segretario dell’Autorità di bacino dell’Arno

«Se continua a piovere, stanotte il nostro Arno batte il vostro Mississippi», disse la sera del 3 novembre 1966 il sindaco di Firenze, Piero Bargellini, alzandosi da una cena organizzata dalla Camera di commercio italo americana all’Excelsior. Lo avevano appena avvertito che nel Valdarno era già disastro: case, strade e terreni erano già sommersi. Un’immensa quantità d’acqua aveva invaso tutto. Non c’erano più paesi nè campagne. Scrittore prestato alla politica, Bargellini cercava di non drammatizzare, tremando però all’idea di quello che, da lì a qualche ora, sarebbe capitato a Firenze. Così continuò : «Questa è la notte in cui l’anatre arrivano a beccar le stelle…». Poi fu costretto ad andar via per tentare di fare il possibile in vista del disastro: cioè  nulla. Impossibile fermare la valanga d’acqua fangosa.

Poco dopo le 7 del mattino l’Arno straripò a Firenze. La città venne trasformata in  un immenso  e silenzioso lago putrido: all’acqua si era mescolata la nafta sgorgata dalle cisterne di kerosene esplose. Dal Piazzale Michelangelo, ai miei occhi di sedicenne, si parò uno spettacolo terrificante: la città sommersa. Che rischiava di sparire come una mitica Atlantide. Da dov’era arrivata tutta quell’acqua? Quanta ne sarebbe precipitata ancora su Firenze? I numeri li conobbi qualche anno dopo, quando decisi di dedicare all’Arno e alla sua violenza una parte del mio lavoro di giornalista. Così seppi che quell’acqua era quantificabile in 200 milioni di metri cubi, venuti già alla velocità di 4.100 metri cubi al secondo. L’Arno, che in genere sembra mansueto, è capace di diventare spaventosamente devastante. Perché, come ho scritto tante volte (e questa frase è stata abbondantemente ripresa) si tratta di un torrente con sfrenate ambizioni di fiume. Prende acqua da una montagna: quando piove sul Pratomagno l’Arno va in piena; quando non piove, l’Arno si secca. E’ così da sempre: quasi tutte le generazioni di fiorentini hanno visto un’alluvione. Dante addirittura tre.

Se piovesse come nel 1966 (oltre 200 millimetri sull’intero bacino, con punta massima di 400 a Badia Agnano, nell’Aretino) sarebbe ancora disastro. Anzi, addirittura peggiore di quasi mezzo secolo fa. Il professor Raffaello Nardi, nel suo piano di bacino del 1999, calcolò i soli danni materiali in 30 mila miliardi di vecchie lire:  15 miliardi di euro. Che cosa si è fatto in tutto questo tempo per evitare il peggio e limitare la violenza del fiume? Quasi nulla: sono state abbassate le platee e di Ponte Vecchio e Ponte Santa Trinita; sono stati rialzati un po’ gli argini dei lungarni. Punto. Sì, è stata costruita anche la diga di Bilancino, sulla Sieve, ma è troppo in alto, prende solo pochi torrenti e non sarebbe in grado di frenare uno dei più tumultuosi affluenti dell’Arno.

Per mettere Firenze e due terzi della Toscana al sicuro bisogna fare una cosa sola: fermare i famigerati 200 milioni di metri cubi d’acqua a monte della città. I tre grandi studi finanziati dallo Stato (De Marchi-Supino subito dopo l’alluvione; il progetto pilota dell’Arno del professor Carlo Lotti nel 1970 e, appunto, il piano di Nardi del ’99) arrivano tutti  a questa conclusione.

Erasmo D’Angelis, delegato da Matteo Renzi di occuparsi degli interventi di prevenzione dalle catastrofi naturali

In tanti anni ho sentito decine di politici promettere. Mai nessuno, finora, ha mantenuto. Ho letto anche tante proposte … singolari: come quella della Regione Toscana, che vorrebbe proteggere Firenze con argini gonfiabili. Ma per favore! Chi ha vissuto l’alluvione del ’66 e vide l’acqua salire a oltre 6 metri, capisce bene che un argine di gomma può essere buono per un torrente campestre, di quelli che una volta venivano arginati con i sacchi di sabbia. Ma davanti a una marea di 4.100 metri cubi al secondo, come quella che si abbattè su Firenze 48 anni fa, non fai nulla con un gommone. Più sensata è la volontà di cominciare a fare qualcosa per trattenerla a monte, la valanga d’acqua. Una volontà che, sia pure tardivamente, va finalmente per il verso giusto. Gaia Checcucci,  segretario dell’Autorità di bacino, ha detto in Palazzo Vecchio che arriveranno i progetti per far partire i lavori delle casse d’espansione di Figline. E che si sta cercando di alzare  la diga di Levane. Erasmo D’Angelis, l’uomo che Matteo Renzi ha delegato alle catastrofi naturali, ha garantito che i soldi non mancheranno. Vedremo. Di certo si sa che per completare queste opere minime serviranno ancora anni. Ma attenzione: questi due progetti  sono realmente minimi. Serviranno a ridurre il rischio del 10-15%:   casse d’espansione e diga di Levane più alta potranno fermare, insieme, 20-30 milioni di metri cubi d’acqua. Non di più. La sicurezza dai capricci dell’Arno, come si può capire, è ancora molto lontana. Bisogna attrezzarsi almeno con un piano d’emergenza. Quello esistente, come ha denunciato Paolo Padoin su FirenzePost, non è aggiornato, né sicuro. Il sindaco, Dario Nardella, ha promesso che lo rinnoverà rapidamente. Forse già mercoledì 5 novembre. L’aspettiamo. Soprattutto per non rischiare di fare come l’anatre del Bargellini: trascinate dalla piena fino a beccar le stelle.

 

 

 

One comment

  1. Da bambino facevo il bagno in Arno a Montevarchi, da studenti forcaioli si noleggiava la barca da Remo al ponte San Niccolò e facevamo il bagno alla riva dei Bruti, ove adesso c’è l’OBI hall, ma salvo il peggioramento dell’acqua, all’Arno, per quello che riguarda la sicurezza, non è stato fatto quasi niente: ha ragione Bennucci.
    Di conseguenza non ritengo adeguata l’Euforia di Erasmo D’Angelis nell’annunciare i grandi lavori di adeguamento per la messa in sicurezza del fiume di qui al 2018.
    Il proverbio dice “dal dire al fare c’è di mezzo il mare”: in questo caso ci potrebbe essere di mezzo una piena.

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