Firenze, Rapporto sull’economia globale: «Il mondo cambia pelle?». Con Ubi Banca

L’Istituto degli Innocenti, a Firenze

FIRENZE – Curato dal Centro Einaudi, è stato presentato a Firenze, presso l’Istituto degli Innocenti, in Piazza della Santissima Annunziata, il rapporto «Il mondo cambia pelle?», a cura del professor Mario Deaglio, che analizza i trend macroeconomici e le
dinamiche geopolitiche degli ultimi dodici mesi, cÌon uno sguardo specifico al ruolo che l’Italia può assumere nell’attuale congiuntura
economica e in relazione alle dinamiche internazionali. L’incontro fa parte di una serie di eventi, iniziata lo scorso 21 gennaio con la
presentazione del Rapporto a Milano, che toccherà varie città d’Italia per concludersi a Roma il prossimo giugno.

Il Rapporto, il cui volume è edito da Guerini e Associati, e sostenuto da Ubi Banca che ha promosso l’incontro di oggi, 6 marzo, con il patrocinio di Regione Toscana, Comune e Camera di Commercio di Firenze, è giunto alla ventitreesima edizione. Lo studio, a cura del Centro Einaudi, rappresenta un appuntamento consolidato nella serie di incontri che a vario titolo Ubi Banca intrattiene con la comunità finanziaria, gli investitori, gli azionisti e gli interlocutori istituzionali. L’incontro, aperto dai saluti istituzionali, tra cui quello del presidente del Consiglio della Regione Toscana Eugenio Giani, del sindaco del Comune di Firenze Dario Nardella e del vice presidente della Camera di Commercio di Firenze, Claudio Bianchi, oltre a quello del responsabile della Macro Area Lazio, Toscana e Umbria di Ubi Banca, Silvano Manella, si è sviluppato con la presentazione a cura di Giorgio Arfaras, coautore del Rapporto.

L’esposizione del professore Arfaras ha toccato quattro grandi aree: 1. Le situazioni economiche americana ed europea; 2.
L’evoluzione del lavoro; 3. Il riassestamento delle relazioni tra potenze mondiali; 4. La posizione dell’Italia; Formalmente protagonista della scena mondiale, l’economia americana ha tuttavia preso a scricchiolare. La ripresa, una delle più lunghe della storia della congiuntura americana, è anche quella meno intensa, ossia con la minima crescita media annua del Pil. Crescendo a due cifre,
l’economia digitale distrugge molti posti di lavoro nei settori in cui è presente, come sta accadendo da anni nella distribuzione. Inoltre,
la ripresa americana non ha fatto tornare gli investimenti reali (in proporzione al Pil) ai livelli pre-crisi. Mentre gli Stati Uniti
cercano di ristabilire un primato economico nel mondo, faticando però non poco nell’equilibrio interno del loro sistema, l’Europa ha
attraversato nel 2018 un anno orribile, che potrebbe non essere il peggiore se le attuali tendenze continuano.

Le proteste in Francia, la difficile negoziazione di una Brexit che non presenta scenari favorevoli in qualsiasi caso essa si risolva, la
non presenta scenari favorevoli in qualsiasi caso essa si risolva, la crisi dei migranti fanno da sfondo a un’economia dalle prestazioni non esaltanti, largamente affetta dagli squilibri interni della domanda dovuti ai record commerciali tedeschi, con una produttività che cresce meno rapidamente del passato perché l’Europa non riesce a trasformare in innovazioni e imprese commerciali la propria produzione scientifica, di quantità e qualità paragonabile a quella americana. Inoltre, con la bassa crescita l’unico modo di tenere sotto controllo i bilanci pubblici è l’austerità, che, quasi ovunque, ha prodotto o produce carenze delle infrastrutture e tagli o sofferenze allo Stato sociale.

Il lavoro presenta numerosi aspetti di una crisi percepita sia a livello di sistema sia come esperienza diretta di singoli lavoratori e nuclei familiari. Il tasso di sottoutilizzazione del lavoro, che somma alle persone disoccupate anche quelle inattive e gli occupati part-time involontari (ossia quelli disponibili ad aumentare l’orario di lavoro), nel 2016 si è attestato nei paesi Ocse al 28,1 per cento (+1,3 punti percentuali rispetto al 2006). Lo status che ha maggiormente concorso alla crescita del tasso di sottoutilizzazione è la diffusione del lavoro part-time involontario. La quota di occupati dipendenti che si trovano in questa condizione è aumentata nei paesi Ocse di almeno un terzo, dal 3,2 per cento del 2006 al 4,3 per cento del 2016. Le ragioni del maggior ricorso del lavoro a tempo parziale sono molteplici: la persistente debolezza della domanda, l’aumento della partecipazione femminile alle forze di lavoro (che, in assenza di politiche e servizi a supporto della conciliazione, può determinare un ricorso forzoso all’orario ridotto), la contrazione dell’occupazione nei settori industriali (in cui è più frequente il ricorso al tempo pieno), e l’espansione dei servizi (ad esempio il turismo e i servizi personali, in cui la flessibilità di orario è molto diffusa). Il 2018 potrebbe passare alla storia come l’anno dei vertici politici
al massimo livello. Soprattutto per gli Stati Uniti: uno strumento, secondo il loro presidente Donald Trump – che li predilige, meglio se
in forma bilaterale, per far valere più facilmente il suo strapotere geo-politico ed economico-commerciale nel negoziato diretto – con cui cercare di rilanciare la leadership globale di Washington all’insegna dell’obiettivo Make America great again. Da questa serie d’incontri l’America non è però uscita molto bene, confermando il sospetto, tra amici e rivali, che il suo predominio globale sia in declino.

L’intera struttura della democrazia liberale – promossa dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale come il loro più efficace strumento di soft power, grazie alle istituzioni internazionali connesse, in genere emanazione dell’Onu – è oggetto di continue erosioni sostanziali, anche se il numero di Paesi retti da democrazie è più che triplicato, da 35 nei primi anni Settanta agli oltre 105 attuali. Lo scenario di fondo sembra dominato da un confronto tripolare con Cina e Russia (ritenuti gli avversari più pericolosi), la cui alleanza in via di consolidamento da un ventennio è però indebolita dalla posizione sempre più subordinata che Mosca va assumendo rispetto a Pechino e dalla consapevolezza che, a lungotermine, la Siberia, ricca di materie prime ma quasi priva di popolazione, potrebbe essere ”divorata”, prima economicamente e poi politicamente, dalla Cina. In questo contesto globale ed europeo, l’Italia ha attraversato il
2018 all’insegna del rallentamento. A questo hanno concorso cause internazionali, legate al peggioramento del commercio internazionale dovuto ai protezionismi, ma non solo. In realtà, la ripresa italiana non è stata completa, perché è iniziata dopo il 2012, perché non ha interessato tutti i settori (per esempio   è ancora un convalescente debole) e perché non ha potuto essere affiancata da un’espansione fiscale significativa, come è accaduto a tutti i paesi nel 2009-2010. Esponendo le cause della ripresa incompiuta, il professor Arfaras ha citato l’insufficiente investimento in rapporto al Pil, e l’allargamento del divario tra nord e sud. Arfaras ha concluso rifacendosi al concetto di sostenibilità come approccio capace di condurre a soluzioni, purché da una sostenibilità passiva si prosegua nel passaggio alla sostenibilità attiva. Una sostenibilità che implica tra l’altro una solidarietà tra generazioni e all’interno delle generazioni, perché lo sviluppo sostenibile è tale se soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

All’evento hanno preso parte Luigi Salvadori, presidente Confindustria Firenze, Francesco Bechi, vice presidente di Confcommercio e presidente di Confturismo Toscana e Federalberghi Firenze, Lorenzo Stanghellini, professore di Diritto Commerciale dell’Università degli Studi di Firenze, e Niccolò Manetti, amministratore della Giusto Manetti Battiloro Spa.

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