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Si va verso il pagamento delle clausole di salvaguardia Iva, da 538 euro a 173 euro a famiglia

Scritto da Camillo Cipriani martedì, 12 Marzo 2019 19:04 @ 19:04 in Cronaca,Economia,Lente d'Ingrandimento,Politica | No Comments

Ministero economia e finanze

Oscurata in sede politica dalla diatriba sulla tav, riemerge la questione della possibile tegola delle clausole di salvaguardia. L’agenda economica è stata dominata nelle ultime settimane da Quota 100 e Reddito di cittadinanza, colonne portanti del decretone con le misure più care ai due partner di governo, ma la voce più importante del bilancio pubblico fra quelle da finanziare è la famosa clausola di salvaguardia. In soldoni si tratta di 23 miliardi per l’esercizio 2020 (ma i conti vanno fatti già con il prossimo DEF ad aprile) più altri 28,7 per il 2021.

Un macigno da quasi 52 miliardi per coprire il quale, se non si troveranno fondi ad hoc, verrà inevitabilmente aumentata l’Iva. Nella  legge di Bilancio si prevede che l’Iva ordinaria è destinata a salire dal 22 al 25,2% dal 2020 (e poi al 26,5% dal 2021), mentre per quella al 10% si prevede un rialzo al 13%, sempre dal 2020.

Le clausole di salvaguardia entrano nel lessico politico e nei documenti contabili programmatici dall’agosto 2011, quando il governo Berlusconi IV – oppresso da uno spread in zona 500 mentre negli stessi giorni paradossalmente introduceva in Costituzione il pareggio di bilancio – ipotizzava di risolvere i problemi di deficit e debito con un aumento secco dell’Iva da giocarsi nel futuro. E lasciando quindi ai governi successivi l’onere di trovare i finanziamenti necessari a disinnescarle, materia a loro volta rinviata dai governi Renzi e Gentiloni pur senza che l’Iva aumentasse. Poi il Governo è caduto grazie anche all’azione di re Giorgio Napolitano.

Il problema ora è aggravato dall’assenza di misure di sviluppo.  «I nodi vengono al pettine ora – commenta Mario Baldassarri, direttore del Centro studi economia reale – perché l’ assenza di crescita rischia di far sfondare qualsiasi livello di compatibilità europea, insomma di portarci oltre il 3%».

Partendo dai dati Istat del 2017, Il Sole 24 Ore  ha simulato l’impatto del doppio rincaro. Le differenze – per quanto poco marcate – dipendono dal diverso mix del paniere di spesa. Soffre di più il rincaro chi acquista più prodotti con aliquota al 22%, come ad esempio abbigliamento e calzature, ma anche arredi, bibite, vini e liquori. Al contrario, rimane più protetto chi spende molto per beni tassati al 4%, come pane, frutta e verdura. La media sarebbe comunque di 538 a famiglia. Se la situazione si presentasse meno grave, si potrebbe prospettare l’ipotesi di alzare di un punto entrambe le aliquote al 10 e al 22%, il che costerebbe alla famiglia-tipo 173 euro all’anno; se si arrivasse a due punti sarebbero 346 euro in più, e così via fino ai previsti 538 euro.

Ad aprile cominceremo a capire quale potrà essere il livello dell’aumento, ma certamente non ci sarà da stare allegri.


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