Stadio: ha ragione Commisso. Nardella: vuoi passare alla storia per aver perso la Fiorentina?

Rocco Commisso

Il Franchi una porcheria? E’ il «mio» stadio: dove ho visto tante Fiorentine. A cominciare dalla prima, inverno ’62, avevo 12 anni: allora i telecronisti lo chiamavano semplicemente Comunale di Firenze. Quella Fiorentina vinse 4-1 contro l’Inter. Formazione: Sarti, Robotti, Castelletti; Rimbaldo, Gonfiantini, Marchesi; Hamrin, Bartù, Milani, Dell’Angelo, Petris. Nella panchina nerazzurra sedeva già Helenio Herrera. In campo Picchi, Facchetti, Suarez, Corso. Poi ci ho giocato, al Franchi, nelle file della Rondinella Marzocco. E anche con la squadra aziendale de La Nazione: un paio di volte, il Primo maggio, giorno in cui non si lavorava. Ma soprattutto, al Comunale eppoi Franchi, ho cominciato la carriera. Con i consigli di un grandissimo: il magazziniere Ernesto Paroli e del suo aiutante, lo scattante Sghibbe. Ne sapevano più dei campioni e degli allenatori. A parte l’unico, il più grande di tutti: Nils Liedholm, un maestro anche per i giornalisti in erba. Lo stadio a me sembrava più monumentale di quanto lo considerassero i soprintendenti, che probabilmente nemmeno conoscevano – e forse nemmeno oggi conoscono a fondo – le peripezie e le angosce di Pier Luigi Nervi, che lo costruì in epoca fascista (inaugurazione nel 1931, c’era l’Artillero Petrone, che si chiamava Pedro, ma da non confondere) sotto lo sguardo ansioso del gerarca Alessandro Pavolini, che temeva d’intaccare il mito militare del Campo di Marte.

Lo stadio Franchi di Firenze

PORCHERIA – Ci ho riflettuto, nel leggere le dichiarazioni di Commisso. Il Franchi una porcheria? Sì, nonostante la storia, le vittorie, i ricordi. Oggi è un dramma anche andare alla latrina. Quel che c’è non lo chiamerei nemmeno gabinetto, nè toilette. Maschi e femmine praticamente tutti insieme, almeno per quanto riguarda gli sky box e la tribuna stampa. Va addirittura peggio, mi dicono, negli altri settori. Ingiovabili è l’aggettivo che ricorre. L’Asl fa i controlli? Boh. E, se ci penso bene, non riuscì a tornare bello, il Franchi, nemmeno con il restauro per i Mondiali del ’90. Quando venne demolita la pista, quella sì bellissima, dove Sebastian Coe, il 10 giugno 1981, battè il primato mondiale degli 800 metri. La regina d’Inghilterra lo fece baronetto. Tornò a Firenze, a metà degli anni Novanta, il devoto Coe, ma la sua pista non c’era più. Pianse. Lo vidi: e ne descrissi le lacrime su La Nazione. Sì, ha ragione Commisso: il Franchi non è più adeguato. Non ha nemmeno un parcheggio per i tifosi. E il Comune ci guadagna con le multe, ogni volta che ci sono le partite. Una volta, i vigili urbani, decisero di farle anche con le telecamere mobili, penalizzando soprattutto i motorini dove viaggiavano in due. Allora era vietato. Era illegale, in quel periodo, filmare e multare. Lo rivelai sul giornale. Due agenti municipali di polizia giudiziaria vennero a identificare il direttore del tempo, Riccardo Berti, e, naturalmente, me. Non successe nulla. Avevamo ragione. Ma le multe non si sono mai fermate. La gente, pur di vedere la partita, si arrangia. E paga.

RESTAURO – L’architetto Nervi aveva disegnato un capolavoro. Prevedendo perfino una possibile copertura, rimasta sulla carta. Ma i soprintendenti che si sono succeduti nei decenni non ci hanno mai voluto pensare. Io credo che un monumento debba essere fruibile, soprattutto se è fatto per la gente. Se non lo si mantiene usando anche gli strumenti che la tecnologia offre, prima o poi va in rovina. Prendete l’Opera del Duomo: la cattedrale è un cantiere sempre vivo, aperto, innovativo. A che serve un Franchi cadente? Il problema, come per tutte le cose, a Firenze, è la burocrazia. E una conservazione spesso ottusa che ha reso la città vetrina praticamente inanimata. Quando sono nato, nel 1950, in centro c’erano ortolani, pizzicagnoli, macellai, pesciaioli. Oggi un panino normale fai fatica a trovarlo. Poi, se la politica riesce faticosamente a fare qualche passo, arrivano i comitati. Ma qui non voglio tornare su aeroporto e Tav. Restiamo al Franchi: usando le carte di Nervi si potrebbe fare un recupero attuale, uno stadio da Champions: ma chissà quanto tempo ci vorrebbe. E quanti stop and go per rimuovere ogni pietra?

MERCAFIR – Meglio, sia pure a malincuore per i motivi sopra scritti, pensare a uno stadio nuovo. Anche in area Mercafir. Ma qui ha di nuovo ragione Commisso: perchè il terreno costa ben 22 milioni? Non si dice ufficialmente, ma si lascia capire che servono soldi per spostare la Mercafir. Bella scoperta. Ma allora risolviamo un dubbio. Se la Mercafir deve restare lì, chiudiamo il discorso. Se, invece, dev’essere spostata per trattare meglio l’arrivo a Firenze di frutta, verdura ortaggi e altra roba da mangiare, spiegatemi per quale motivo il costo dell’ammodernamento del mercato all’ingrosso dev’essere a carico della Fiorentina. Altra questione: dagli scavi potrebbero spuntar fuori vestigia etrusche. Come mai, fino a oggi, nessuno le ha cercate e valorizzate? Mi torna in mente la famosa lavanderia romana venuta fuori sotto le pietre di piazza della Signoria. La più bella piazza medievale del mondo, nella seconda metà degli anni Ottanta, fu chiusa dalle reti. Con i piccioni dentro sembrava un pollaio. Ci volle la signora Bono Parrino, siciliana, ministro socialdemocratico dei beni culturali, per far rinsavire Firenze. E procedere alla ripavimentazione, coprendo la non pregiata lavanderia romana. Rocco Commisso è un italo americano che ha fatto fortuna per intuito e rapidità. Se non gli dici subito che lo stadio a Novoli, nell’area Mercafir, si può fare a costi ragionevoli, lui va oltre. E che senso avrebbe il bando del Comune se la Fiorentina non dovesse partecipare? Fogli, spese inutili.

AREA METROPOLITANA – Commisso, pratico e veloce, potrebbe puntare su Campi Bisenzio, portando via la Fiorentina da Firenze, dopo essersi trovato benissimo con il sindaco di Bagno a Ripoli, Francesco Casini, per il Centro sportivo. Una bestemmia la Fiorentina campigiana? Tante cose, là, sono già nate. Penso ai Gigli. O alla rotativa che stampa La Nazione. Avemmo paura, a metà degli anni Novanta, che portassero a Campi anche la redazione. Come componente del Comitato di redazione chiesi garanzie. Che arrvarono subito: la redazione rimase a Firenze. La Fiorentina si può anche esportare, giusto di qualche chilometro, ma politici e amministratori non credano di cavarsela con una scrollata di spalle. E’ evidente che lo stadio a Campi comporterebbe scelte determinanti per la viabilità. A carico dell’intera collettività. Nel senso: se non spendi per spostare la Mercafir, devi comunque frugarti per nuove strade e nuovi collegamenti. Autostrade per l’Italia potrebbe anche pensare a un casello Osmannoro-Campi in vista della costruzione della terza corsìa sulla Firenze-Mare. Ma tutti sarebbero coinvolti: Comuni, Area Metropolitana, Regione Toscana, Ministero delle infrastrutture. Per decidere l’apertura di un nuovo casello ci vogliono studi e la conferenza dei servizi. Però se nascesse lo stadio a Campi, come farebbero politici e amministratori a non trovare soluzioni viarie adeguate? E’ vero che i tifosi viola andrebbero a Campi anche in bicicletta. Cantano: «Non ti lasceremo mai sola». Ma non avrebbe senso. Il pallino è in mano a Nardella: passerebbe alla storia come il sindaco che ha perso la Fiorentina. Gli conviene?