Pensioni, Draghi fa surplace e i sindacati, per ora, non premono

Pasquale Tridico, presidente dell’Inps

Il tema della pensioni sembra quasi scomparso, o meglio accantonato, dall’agenda del premier, indaffarato soprattutto nell’affrontare i problemi della recrudescenza (almeno così ci dicono) delle varianti del coronavirus e del disastro economico e sociale che si preannuncia a breve (soprattutto se finirà il blocco dei licenziamenti).

Poco o nulla si è parlato delle pensioni, solo Salvini ricorda spesso che scade quota 100 e bisogna evitare ritorni alla deprecata Legge Fornero, mentre anche i sindacati cominciano a far sentire la loro voce.

Proprio negli ultimi giorni qualche quotidiano (il Giornale) o giornale online (affaritaliani.it) hanno ricordato che si tratta di tema urgente, da risolvere in tempi rapidi, coinvolgendo le parti sociali.

Quasi tutti sono d’accordo sul fatto che occorre evitare l’effetto scalone (in tal caso il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età rispetto ai 62 anni di età anagrafica più 38 di contributi con cui si può uscire dal mondo del lavoro fino al 31 dicembre 2021).  L’idea del sindacato è di introdurre una flessibilità di accesso piu’ diffusa nel post quota 100. Visto che questa forma di pensionamento anticipato non avrà una vita oltre il 31 dicembre 2021. Vero che nel governo Draghi c’è anche la Lega di Matteo Salvini (che varò la misura ai tempo dell’esecutivo con il M5S), ma tutto porta a prevedere un cambio di passo su questo tema.

Tre sono e ipotesi sul tavolo per evitare lo scalone:

Quota 101 o quota 102 – La prima ipotesi prevede un sistema flessibile con finestre in uscita da 63 anni o 64 con almeno 38 anni di contributi. Insomma una quota 101 o quota 102. Così facendo salirebbe di un solo anno o due la possibilità di pensionamento anticipato (ora 62 anni). Tutto questo correggendo il limite di vecchiaia dei 67 anni e con sistemi di tutela per le categorie di lavoratori impegnati nelle attività usuranti.

Quota 103 con 62 anni – Seconda opzione post quota 100. Ancora 62 anni per uscire dal mondo del lavoro ma con 41 o 42 anni di contributi. Insomma una quota 103 o 104 che andrebbe a pesare sugli anni di lavoro (dai 38 attuali).

Calcolo proporzionale – La terza ipotesi, secondo quanto riporta Il Giornale, prevedrebbe un ricalcolo fatto in proporzione al rapporto tra il coefficiente della pensione a 67 anni ed il coefficiente di uscita a 63 o 64 anni, innescando una ricalcolo importante dello schema di indicizzazione delle pensioni.

Tra non molto le parti sociali chiederanno di ritornare sull’argomento e allora vedremo cosa riuscirà a tirare fuori dal cilindro SuperMario, ma anche in questo caso la soluzione si presenta non certo facile.