Stadio Franchi: restauro da 200 milioni con il recovery plan. Che restituiremo in tasse

Lo stadio Franchi di Firenze

Ho avuto un sussulto, nel leggere la proposta del ministro della cultura, Dario Franceschini: che si dichiara disponibile a far sì che il governo guidato da Mario Draghi investa almeno 200 milioni (ma potrebbero essere necessari anche 300 o più) del recovery plan per il restauro dello Stadio Franchi di Firenze. Soprattutto ho capito, in quel momento, il motivo per il quale l’Italia sia arrivata ad accumulare un debito pubblico enorme, che non so come riusciremo a ripianare.  In particolare non so quando potremo avere stipendi e pensioni normali, finalmente non gravati da tasse insopportabili proprio per far fronte alla montagna di soldi che dovremo restituire per generazioni.

La facilità con la quale governanti e amministratori spendono soldi di tutti è sconcertante. E basta rileggere la cronaca degli ultimi mesi per rendersi conto di come, la vicenda dello stadio Franchi, sia stata girata e rigirata per farla finire sulla pelle, e nelle tasche, dei contribuenti. Sappiamo bene che il presidente della Fiorentina,  Rocco Commisso, sarebbe stato addirittura contento d’investire nello stadio, se gli fosse stata data l’opportunità di attuare un progetto suo. Che poteva prevedere la salvaguardia delle parti architettoniche pregiate: Torre di Maratona, tribuna coperta, scale elicoidali. Niente da fare: la soprintendenza si è opposta in tutti i modi. E il ministero, guidato da Franceschini, alla fine ha emesso la sentenza: lo stadio Franchi è intoccabile. Il Dall’Ara, costruito nello stesso periodo del ventennio fascista si può abbattere. Il Franchi no. Potrei farmi la domanda che spesso mi pongo:  perchè l’Emilia Romagna, così vicina, è dotata d’infrastrutture che la Toscana ha spesso immaginato e mai realizzato? La risposta è che, a Firenze e dintorni, burocrazia, veti e vincoli hanno impedito e impediscono uno sviluppo normale.

Potrei citare il famigerato no di Occhetto, all’epoca segretario nazionale del Pci prima che diventasse Pds, alla variante Fiat-Fondiaria, ossia Novoli-Castello, che doveva rappresentare l’asse portante per lo sviluppo della Firenze del Duemila. Occhetto, spinto da interessi elettorali, mise il veto, costrinse alle dimissioni gli amministratori del suo partito in Palazzo Vecchio, e Firenze perse inutilmente anni a discutere e a cercare di rimediare allo stop. Oggi il nuovo no, quello della soprintendeza, avallato dal ministero, perchè  venisse respinta l’idea della Fiorentina sul Franchi, ha prodotto un altro capolavoro: lo stadio si restaurerà con il recovery plan, ossia quei soldi che Bruxelles ha destinato all’Italia per uscire dal dramma del coronavirus. Soldi che dovrebbero servire a far ripartire un’economia disastrata come alla fine della seconda guerra mondiale. Soldi che Franceschini pensa invece di dirottare sull’impianto sportivo, dopo che il suo ministero ha pronunciato il no all’intervento privato.

Questa, lo dico chiaramente, non è certamente una difesa a posteriori del progetto della Fiorentina e di Commisso: sul quale sarebbe stato possibile trovare soluzioni condivise, che facilitassero l’investimento privato con indubbio beneficio per Firenze e la zona del Campo di Marte. Questa è semplicemente la costernazione davanti a scelte che non sono fatte dalla parte della gente. Ma dettate da una politica, e da una burocrazia, pronte a bloccare tutto per poi intervenire con soldi pubblici, cioè di tutti. Che dovrebbero essere investiti in tutt’altro. E resto di sasso davanti al commento di politici e opinionisti, preoccupati dei tempi. Quando si potranno avere i soldi del recovery per il Franchi? E i progetti quando si potranno fare? Mi auguro che il presidente del consiglio, Mario Draghi, profondo conoscitore di politica economica, sappia valutare questa nuova situazione fiorentina. E magari, prima di far spendere 200-300 milioni nel restauro dello stadio, chieda di riaprire il dossier Franchi. Per capire come evitare nuovo debito, figlio dei veti e dei no.