Ex brigatisti non si pentono, qualcuno offende ancora le vittime, sono state già risarcite

Da sinistra in alto: Giorgio Pietrostefani, Marina Petrella ed Enzo Calvitti; da sinistra in basso: Roberta Cappelli e Sergio Tornaghi
(Foto ANSA)

Nella prima udienza al Palazzo di Giustizia a Parigi per i nove ex militanti della lotta armata di cui l’Italia chiede l’estradizione, dopo gli arresti della scorsa settimana abbiamo purtroppo assistito alla solita replica delle dichiarazioni d’innocenza degli ex brigatisti e al sostegno ormai ultradecennale di ambienti della «gauche caviar» francese che insistono a replicare tesi ormai affossate dalla storia. Erano presenti famigliari e una decina di amici di lunga data, tra i quali Oreste Scalzone.

Per prima Marina Petrella risponde ad alcune domande, «a titolo del tutto personale». Sessantasette anni, ex brigatista, già arrestata a Parigi e liberata «per motivi umanitari» nel 2008 dopo l’intervento di Valeria Bruni Tedeschi e Carla Bruni presso l’allora presidente Sarkozy, Petrella parla di «dolore e sofferenza» e di «compassione per tutte le vittime e tutte le famiglie, compresa la mia». Ma l’idea di pentimento «appartiene alla mia sfera intima e di questo non parlerò mai».

Petrella rivendica un’assunzione di responsabilità collettiva, con parole simili a quelle che venivano pronunciate da lei e i suoi compagni negli anni Settanta.  Parla di «conflittualità che saliva e costruiva istanze nuove».  Ma poi aggiunge un’affermazione che fa rabbrividire e sconfessa tutto quanto detto in precedenza.  «Ho fatto 10 anni di carcere, fra Italia e Francia. E trenta di esilio, un’espiazione quotidiana che dura tutta la vita, una pena senza sconti. Senza la possibilità di tomare nel proprio Paese, e sotterrare i propri morti».

Ma quanto alle persone uccise o ferite dalle Br e ai loro famigliari, a giudizio dell’ex terrorista i conti sembrerebbero chiusi. «Le vittime per le quali siamo stati condannati, perdonate il linguaggio cinico, orribile, sono state largamente risarcite da tutti i compagni che hanno fatto ergastoli. Non sono vittime rimaste prive di riconoscimento, punizione, memoria. Questa idolatria vittimistica è un grande passo indietro filosofico».

La Petrella, che si dichiara vittima lei stessa (atteggiamento tipico dei terroristi della sinistra) è viva e vegeta, ha trascorso molti anni in esilio dorato in Francia protetta dalla dottrina Mitterrand, dai compagni della sinistra, fra i quali si è distinta l’ex Première Dame Carla Bruni.

Si dichiara innocente anche Giorgio Pietrostefani, ex dirigente di Lotta Continua considerato l’ispiratore del commando che freddò all’ingresso della sua casa milanese il commissario di Polizia Mario Calabresi. Ma almeno lui ha il buon gusto di non offendere le vittime. «Ho avuto una brutta malattia, mi hanno trapiantato il fegato, ogni tre mesi devo fare ricovero in ospedale», si è lamentato con i giudici. Anche lui per quasi 50 anni è stato nell’esilio dorato di Parigi e non ha espiato, come del resto è accaduto per tutti gli altri, la pena per i reati commessi, stabilita dalla giustizia italiana.

Gli ex brigatisti non pentiti continuano così a perpetuare le loro tesi e i loro atteggiamenti e qualcuno irride ancora le vittime dei suoi atti criminosi e i loro familiari. In questo modo sarà difficile superare le scorie che ancora restano del periodo terribile degli anni di piombo.

È doveroso che la giustizia francese faccia il suo corso, che appare abbastanza lungo, senza lasciarsi influenzare da appelli di intellettuali di sinistra e di compagni schierati a favore di quelli che assurdamente si definiscono esiliati. Cesare Battisti, nonostante le lunghe protezioni della sinistra internazionale, dopo una lunga latitanza sta scontando la pena decisa dai tribunali italiani. E’auspicabile che altrettanto avvenga per gli ex brigatisti, le vittime delle loro azioni lo meritano, dopo tanti anni di sofferenze.