Kabul campo di battaglia fra Usa e Isis. Caos sul ritiro americano

Mancano meno di 48 ore alla scadenza del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan e Kabul si trasforma nel campo di battaglia della guerra degli Stati Uniti all’Isis-K, che minaccia le operazioni di evacuazione delle forze occidentali. Gli Usa parlano di attacco mirato contro i terroristi, la tv afghana ha detto che sono stati uccisi anche bambini. Ma il Pentagono ha fatto sapere di non avere indicazioni di vittime civili. Chi dice la verità? E i Talebani da che parte stanno? Decisamente dalla loro: con il passare delle ore, e malgrado le promesse, l’Emirato islamico sembra mostrare il suo vero volto, fatto di studentesse e studenti separati all’università e di voci femminili bandite dalle radio e televisioni di Kandahar, tra le ultime novità annunciate dagli islamisti.

Il britannico Guardian segnala che i due incidenti sembrano essere separati, ma l’episodio resta ancora tutto da chiarire. I talebani hanno inizialmente descritto i due attacchi come non collegati, ma le informazioni sono scarse e testimoni dicono di aver sentito una sola esplosione. Una cosa è certa: il fumo nero che si è levato nel cielo della capitale afghana ha ricordato che nessuno è al sicuro in città. Sabato sera il presidente Usa Joe Biden aveva parlato di un attacco molto probabile nelle prossime 24-36 ore. Mentre l’ambasciata americana a Kabul ha messo in guardia i propri cittadini per una minaccia specifica e credibile vicino all’aeroporto.

Allarmi simili a quelli lanciati prima dell’attentato kamikaze del 26 agosto che ha ucciso 170 persone di fronte ai cancelli dell’aeroporto, seguito dalla prima rappresaglia Usa con l’attacco nella regione del Nangarhar che ha ucciso due menti dell’Isis-K, la branca afghana dello Stato Islamico. C’è il rischio di altri attacchi entro il 31 agosto, ha avvertito anche il segretario di Stato americano Antony Blinken, segnalando che questo è il momento più pericoloso, mentre si avviano alla conclusione le evacuazioni occidentali.

Ma se l’Occidente parte, la Turchia resta e riapre la sua ambasciata a Kabul. Ankara – alla quale probabilmente sarà affidata in parte l’operatività dello scalo di Kabul con tecnici civili – intende mantenere una missione diplomatica in Afghanistan, a differenza di altri Paesi, che prima di ripristinare relazioni diplomatiche chiedono prove tangibili dai Talebani in termini di rispetto dei diritti umani e bando del terrorismo. La crisi economica poi inizia a gettare la popolazione nel panico: centinaia di persone si sono ammassate fuori dalle banche di Kabul nella speranza di prelevare qualche soldo dai loro conti inaccessibili.

Per tutta risposta sono state bastonate dai talebani, che hanno lanciato sassi per disperdere la folla. Intanto i nuovi padroni del Paese hanno deciso di fare chiarezza sulla sorte del loro leader supremo, Hibatullah Akhundzada: dopo le speculazioni delle ultime settimane, un portavoce dei militanti ha annunciato che si trova a Kandahar, e che presto apparirà in pubblico. E continua lo stallo sul Panshir, centro della resistenza anti-talebana dove quasi tutte le reti internet e di telecomunicazioni sono state tagliate dai talebani. Per l’ambasciatore russo a Kabul, Dmitry Zhirnov, i militanti potrebbero conquistare il territorio a breve, ma l’idea resta ancora quella di una soluzione pacifica, per la quale continua il negoziato tra le forze ribelli di Ahmed Massoud e gli islamisti. E in questo quadro, gli americani sembrano i più confusi, senza riferimenti, preoccupati d’imbastire qualche rappresaglia, per onor di firma, prima della definitiva uscita dall’Afghanistan.