Perequazione e cuneo fiscale: il governo deve risarcire i pensionati

Italian Prime Minister, Mario Draghi, with Italian Economy Minister Daniele Franco (R) 
ANSA/CHIGI PALACE PRESS OFFICE/FILIPPO ATTILI

Ci si avvia verso un momento decisivo dell’azione di governo, visto che, entro la prossima settimana – al più tardi, all’inizio della seguente – l’esecutivo dovrebbe varare la legge di concorrenza sulla quale l’Italia è impegnata a Bruxelles per ricevere i fondi europei, e successivamente presentare una Legge di bilancio molto espansiva, per sostenere la ripresa, come hanno promesso Draghi e Franco.

In questa prospettiva il governo, sollecitato anche dall’Europa, dovrà tener conto dell’andamento dell’inflazione, che ha ricominciato a galoppare in Europa e in Italia, come hanno testimoniato Eurostat e Istat. E qui si innesta il primo problema per i pensionati, che il governo dovrà risolvere. L’aumento dei prezzi al consumo infatti rischia di erodere il potere d’acquisto delle pensioni, che sono però ancorate proprio al carovita, per l’esattezza sono indicizzate all’inflazione sulla base di un metodo di calcolo che scade alla fine di quest’anno.

La sostanza è che il governo dovrà trovare risorse per circa due miliardi destinate a compensare la perdita di potere d’acquisto dei pensionati. Erano molti anni che non accadeva, non per cifre di quest’entità. L’aumento delle pensioni infatti dovrebbe essere calcolato sulla base dell’indice Foi, elaborato da Istat sulla variazione dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati tra 2021 e 2020, che come ultimo dato registrato ad agosto segnava un +2,1%,

Inoltre l’impegno del governo per la legge di bilancio mette in primo piano il taglio per almeno 5 o 6 miliardi del cuneo fiscale, ossia dello scarto fra il costo del lavoro per i datori e la somma netta percepita dai dipendenti. L’attenzione si concentra su uno scaglione dell’imposta sui redditi personali (Irpef), quello dell’aliquota marginale al 38% che colpisce i sette milioni di italiani con un reddito fra 28mila e 55mila euro. Ma nessun taglio di questo tipo è in cantiere per i pensionati, che ancora una volta sembrano destinati ad essere il bancomat preferito del governo.

Nella prossima legge di Bilancio il governo Draghi dovrà prevedere uno stanziamento di circa 4 miliardi di euro per ricalcolare gli assegni previdenziali sulla base dell’aumento generale medio dei prezzi stimato nella Nadef dell’1,5%. Secondo questo scenario, nel 2022 andranno adeguati al costo della vita 22,8 milioni di assegni pensionistici e per farlo compito del governo sarà adottare un modello per ripartire l’incremento, riconosciuto l’anno scorso.

Dal 1 gennaio infatti, senza alcun intervento, tornerà in vigore il cosiddetto modello Prodi, che si basa sull’Irpef e porterebbe un minimo di 126 euro in più per gli assegni previdenziali da 1.500 euro a un massimo di 1.027 euro per le pensioni oltre i 60mila euro annuiCon il sistema del Conte I in vigore attualmente l’importo aggiunto all’assegno sarebbe da 126 a a 484 euro all’anno, per un peso sulle casse dello Stato di mezzo miliardo in meno rispetto agli scaglioni di Prodi. E il sospetto non infondato è che Draghi voglia scegliere questa seconda ipotesi, bistrattando ancora una volta le pantere grigie.

In conclusione le prospettive per i pensionati non sono rosee. Da un lato è alle viste un’ulteriore contrazione della perequazione, un’ingiustizia che si è verificata anche in passato e che è stata convalidata dalla Consulta che in questi ultimi tempi guarda più alle convenienze del governo che all’applicazione del diritto.

Dall’altro sembra che l’esecutivo non sia intenzionato ad estendere ai pensionati  il vantaggio fiscale previsto per i lavoratori dipendenti. Un’ulteriore ingiustizia e prevaricazione contro la quale i pensionati reagiranno, anche se sarà difficile ottenere giustizia dalla giurisdizione ordinaria e contabile, ma soprattutto dalla Consulta in salsa sinistra di questi ultimi tempi. Senza dimenticare che anche la Corte Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha respinto tutti i ricorsi presentati dai pensionati italiani.

I casi eclatanti dei ricorsi dei pensionati con assegni ritenuti elevati, spregiativamente definiti dalla politica pensionati d’oro, è significativo a questo proposito. Ricordiamo che a fine anno dovrebbero cessare le pesanti trattenute su questi assegni, ma  Draghi e compagni potrebbero trovare qualche altro marchingegno per tartassare quelli che vengono considerati, senza ragione, ricchi da spremere per finanziare fannulloni e perdigiorno, con emolumenti tipo il reddito di cittadinanza, vanto dei grillini e di Di Maio. Ma confidiamo in un sussulto di ragionevolezza nel momento delle decisioni. Anche perché i pensionati un’arma ce l’hanno ancora: il voto. E la useranno contro coloro che vorranno penalizzarli ancora.