Stipendi più alti con gli sgravi contributivi, ma per il 2023 ci vorranno altri 4,5 miliardi

Mario Draghi (Lr Daniele Franco ANSA/Roberto Monaldo / POOL

Il governo Draghi nel 2022 ha fatto – e speso – molto per aumentare lo stipendio degli italiani e alleviare così il disagio sociale. Prima c’è stata la riforma fiscale, con l’introduzione provvisoria di uno sgravio contributivo dello 0,8% utile per compensare le perdite dovute all’addio al trattamento integrativo di 100 euro, poi – vista la riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni dovuta all’inflazione – il governo ha introdotto un bonus una tantum di 200 euro erogato nelle buste paga di luglio. E non è finita qui, perché con il decreto Aiuti bis lo sgravio contributivo suddetto è stato portato al 2%, tagliando ulteriormente il cuneo fiscale.
Ma non è abbastanza e i partiti lo sanno, tant’è che in questa campagna elettorale si continua a parlare con insistenza di un ulteriore taglio del cuneo fiscale e di aumento delle retribuzioni. Tuttavia, bisognerà fare i conti con le risorse, visto che già solo per confermare lo sgravio contributivo del 2%, bisognerà individuare 4,5 miliardi di euro. Sia lo sgravio dello 0,8% previsto dalla legge di Bilancio 2022 che quello ulteriore dell’1,2% del decreto Aiuti bis sono in vigore solamente per l’anno corrente.

Se non dovesse cambiare qualcosa, quindi, le buste paga saranno più basse a partire dal 1° gennaio 2023. Una vera e propria beffa per quei lavoratori con reddito inferiore ai 35 mila euro, i quali sono già stati penalizzati dalla riforma fiscale 2022, vista l’abolizione del trattamento integrativo (ex bonus Renzi) per chi ha un reddito superiore a 15 mila euro. Questi, infatti, rischiano di guadagnare persino meno rispetto a quando venivano applicate le vecchie detrazioni e aliquote Irpef.

Il fatto che i tempi per la legge di Bilancio 2023 siano stretti di certo non aiuta, in quanto il nuovo governo dovrà trovare le risorse anche per altre misure, come ad esempio la rivalutazione delle pensioni o il taglio dei costi dell’energia.

Se non saranno trovati 4,5 miliardi di euro per intervenire in proposito, l’aliquota contributiva per un lavoratore dipendente, oggi scesa al 7,19%, tornerebbe a essere del 9,19%. Ad esempio, per uno stipendio di 2.000 euro ci sarebbe un riduzione del netto di circa 40 euro al mese, poco più di 520 euro l’anno considerando anche la tredicesima. Per uno stipendio lordo di 2.500 euro, invece, la perdita in busta paga sarebbe di 50 euro al mese, 650 euro mensili.

Senza dimenticare che nel frattempo l’inflazione dovrebbe aumentare, mentre gli stipendi resterebbero fermi al palo, il che comporterebbe una sostanziosa perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni. Provocando probabilmente una rivolta sociale quando subentrerà il prossimo esecutivo che, dopo tanti governi del presidente non corrispondenti alla volontà popolare, risulterà eletto dalla maggioranza degli italiani.

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