Strage alle Olimpiadi di Monaco: 5 settembre 1972, cinquant’anni fa. Ma i Giochi non si fermarono

La foto simbolo della strage di Monaco del 5 settembre 1972: il terrorista con passamontagna detta le condizioni per la liberazione degli ostaggi. Che non avvenne

Dalla voce strozzata del portavoce tedesco, nel cuore della notte, erano le 1,30, si seppe che era tutto finito. La strage delle Olimpiadi di Monaco, organizzata dai terroristi palestinesi di Settembre Nero, per uccidere gli atleti israeliani, era compiuta. Morirono undici componenti della delegazione d’Israele, cinque feddayn e un poliziotto tedesco. Era già il 6 settembre del 1972, quando arrivò l’annuncio. Ma tutto era cominciato prima dell’alba del giorno prima, il 5: esattamente cinquant’anni fa.

MARK SPITZ – I Giochi continuarono. Avery Brundage, allora presidente del Comitato Olimpico Internazionale, non li volle fermare. Del resto, pochissimi atleti lasciarono la Germania per tornare a casa dopo il massacro. Se ne andò, ma sotto scorta, il campione del momento, Mark Spitz, statunitense ma di origine israeliana. Proprio il giorno prima, il 4 settembre, aveva vinto la settima medaglia. Qualcuno scrisse che fra gli obiettivi del commando terrorista ci sarebbe stato anche lui. Che decise quasi subito di ritirarsi dall’attività agonistica. A soli 22 anni e mezzo. Con il suo carico di medaglie e di angoscia.

GOGGIOLI – Prima di continuare il racconto che, con il suo tragico epilogo, è anche testimonianza di un pezzo di storia che intreccia sport, Medio Oriente e una Germania Ovest ancora traumatizzata, a 27 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, dal nazismo e dall’Olocausto, aggiungo un piccolo inciso, una parentesi personale. Avevo 22 anni, come Mark Spitz, ma un obiettivo diverso: essere assunto a La Nazione e diventare giornalista professionista. Collaboravo con il giornale da tempo e , prima delle Olimpiadi, mi chiamò Giordano Goggioli, grande maestro di giornalismo sportivo e non sportivo: mi annunciò un piccolo contratto a termine, per il periodo dei Giochi. Perchè la redazione sportiva era ridotta all’osso: Raffaello Paloscia e Giampiero Masieri erano stati inviati a Monaco, Sandro Picchi doveva seguire la Fiorentina. Restavano solo Carlino Mantovani di giorno e Giorgio Moretti di notte, per quella che in gergo si chiama “la chiusura”, ossia il completamento delle pagine. Per la prima volta, diventai redattore. Emozionato? Di più. E quasi depresso quando, dopo giornate di lavoro impegnativo ma esaltante, il 5 settembre ebbi paura che venissero sospese le Olimpiadi. E che svanisse il mio contrattino. Invece Brundage decise di andare avanti e quell’esperienza diventò pietra miliare anche dal punto di vista professionale. C’erano i terroristi, gli spari, i morti. Le ore drammatiche da raccontare ai lettori.

SETTEMBRE NERO – Il commando dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irruppe negli alloggi destinati agli atleti israeliani del villaggio olimpico, uccidendo subito due atleti che avevano tentato di opporre resistenza e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra olimpica di Israele. Un successivo tentativo di liberazione da parte della polizia tedesca portò alla morte di tutti gli atleti sequestrati, di cinque fedayyin e di un poliziotto tedesco. Un attentato pianificato a tavolino. Il 15 luglio 1972, due alti esponenti di Al-Fatah (Muhammad Dawud Awda, conosciuto come Abu Dawud, e Salah Khalaf, conosciuto come Abu Iyad) si incontrarono al tavolo di un bar di piazza della Rotonda, a Roma, con Abu Muhammad, un dirigente di Settembre Nero. I tre discussero dell’azione portata a termine dalla stessa organizzazione l’8 maggio 1972: il dirottamento di un aereo appartenente alla compagnia aerea belga Sabena in volo da Vienna a Tel Aviv (volo 571), conclusosi con l’uccisione o la cattura dei dirottatori e la liberazione di tutti gli ostaggi. Il morale era alquanto basso e per dare nuovo slancio alla causa palestinese ci sarebbe stato bisogno di un’azione clamorosa coronata da successo. Il pretesto per un’azione terroristica spettacolare fu fornito dalla lettura della notizia, riportata da un giornale arabo, secondo cui il CIO non aveva nemmeno degnato di risposta la richiesta avanzata dalla Federazione Giovanile della Palestina di poter partecipare con una propria delegazione ai giochi olimpici estivi di Monaco. Il commento di Abu Mohammed fu: “Se non ci permettono di partecipare ai Giochi olimpici, perché non proviamo a prendervi parte a modo nostro?” L’idea divenne subito un’operazione a cui fu dato il nome di “Biraam” e “Ikrit”, due villaggi palestinesi i cui cittadini furono evacuati dagli israeliani nel 1948.

ISPEZIONE – La sera del 3 settembre, i componenti del commando notarono all’interno del Villaggio Olimpico, subito dietro i cancelli di entrata, la delegazione di atleti del Brasile e uno di loro, rivolgendosi al guardiano, disse: “La mia amica è brasiliana e ha riconosciuto un suo compagno di scuola tra quegli atleti. Non è che potremmo entrare solo per 10 minuti?” Abu Dawud era convinto che il suo aspetto fisico lo avrebbe fatto tranquillamente passare per sudamericano e che sarebbe stato improbabile che i guardiani conoscessero il portoghese. Il guardiano li fece entrare e Abu Dawud ne approfittò per visitare la zona dove erano alloggiati gli atleti sudanesi e sauditi. Dato che le strutture erano uniformi, riuscì ad avere un’idea della planimetria del villaggio. Il giorno dopo, Abu Dawud tornò al villaggio accompagnato da Issa e Tony, i tre finsero ancora di essere tifosi brasiliani. Dopo pochi minuti, i tre arrivarono alla palazzina destinata agli alloggi della delegazione israeliana, al numero 31 di Connollystrasse. Abu Dawud ricorda di aver visto una giovane donna abbronzata uscire dalla porta d’ingresso. Si trattava di una hostess che seguiva la delegazione israeliana. I tre dissero di essere tifosi brasiliani che avrebbero voluto visitare Israele e la hostess li fece entrare nell’appartamento posto al piano terra. Il commando ne approfittò per memorizzare ogni dettaglio: dalla posizione dei telefoni e delle televisioni, alla visuale offerta dalle finestre, alla dimensione delle stanze. All’uscita la hostess regalò ai membri del commando alcune bandierine israeliane.

ATTACCO – La sera del 4 settembre, in una stanza dell’hotel Eden Wolff, situato nei pressi della stazione di Monaco, Abu Dawud riempì otto borse sportive, decorate con i cerchi olimpici, di armi, bombe a mano, caricatori, calze di nylon utili per mascherare i volti, pezzi di corda per legare gli ostaggi e compresse di Preludin (un’amfetamina utilizzata per evitare colpi di sonno, conosciuta anche come Fenmetrazina). Quiindi l’azione. Gli israeliani dovevano rimanere vivi per essere utilizzati per lo scambio di prigionieri e le armi avrebbero dovuto essere utilizzate solo per difesa. Le bombe a mano sarebbero servite per far pressione sulle autorità tedesche e come arma da utilizzare in casi estremi. Abu Dawud ritirò tutti i passaporti e poco dopo le 3:30 si recarono al villaggio utilizzando alcuni taxi.Quella stessa sera, una buona parte della delegazione israeliana si era recata in città per assistere alla commedia musicale “Il violinista sul tetto” di Joseph Stein con il famoso attore Shmuel Rodensky come protagonista. Alcune foto ritraggono gli atleti sorridenti dietro le quinte con gli attori durante l’intervallo. Verso le 4 del mattino, il commando di terroristi si avvicinò alla recinzione del villaggio olimpico. In quel momento spuntò dalla strada un gruppo di atleti (per lungo tempo indicati nei resoconti come di nazionalità statunitense, salvo poi essere identificati diversi anni dopo come canadesi) che avevano trascorso la notte nei locali di Monaco. Credendo di trovarsi di fronte ad altri atleti, essi aiutarono i terroristi a scavalcare la recinzione con le borse contenenti le armi. All’interno delle palazzine che ospitavano la delegazione di Israele erano alloggiati pesisti e lottatori.

SPARI – A tutt’oggi, non è ancora chiaro se i terroristi disponessero di grimaldelli per aprire le porte o di doppioni di chiavi. È stata avanzata l’ipotesi che le chiavi siano state fornite dalla Germania Est o da delegazioni delle Nazioni arabe, ma nessuna prova conclusiva si è mai avuta al riguardo. Alle 4:30 del 5 settembre 1972, il commando tentò di aprire la porta dell’appartamento situato al piano terra. Yossef Gutfreund, arbitro di lotta, venne svegliato dal rumore e non appena vide spuntare le canne dei fucili dalla porta appena aperta, vi si gettò a peso morto urlando: “Al riparo, ragazzi!”. Con i suoi 132 chili di peso, Gutfreund riuscì a far guadagnare secondi preziosi, permettendo al suo compagno di stanza, l’allenatore di sollevamento pesi Tuvia Sokolovski di sfondare una finestra e di fuggire attraversando il giardino posto sul retro dell’edificio. I terroristi, facendo leva con le canne dei fucili, riuscirono a entrare e a gettare Gutfreund a terra. Velocemente, il gruppo entrò in una stanza e prese prigionieri Amitzur Shapira e Kehat Shorr. In un’altra stanza adiacente, Moshe Weinberg afferrò un coltello da frutta posto sul comodino e si avventò su Issa, che entrava in quel momento e che schivò il colpo. Un altro membro del commando terrorista, vedendo la scena, aprì il fuoco e ferì Weinberg con un colpo, trapassandogli la guancia da parte a parte. Il commando si mosse velocemente e in un’altra ala dello stesso appartamento catturò Yakov Springer e André Spitzer. A questo punto, il gruppo si divise: due fedayyin rimasero a guardia dei prigionieri, mentre Tony e altri cinque terroristi si recarono nell’appartamento adiacente assieme a Weinberg (che tamponava la ferita con un fazzoletto) attraversando un breve tratto di Connollystrasse.

OSTAGGI – I terroristi superarono la palazzina che ospitava gli atleti che gareggiavano nelle discipline di scherma e atletica leggera. È probabile che Weinberg li abbia guidati alla palazzina che alloggiava i pesisti e i lottatori con l’intento di tentare una sortita facendo affidamento sulla stazza fisica degli atleti in questione. Gli occupanti dell’appartamento erano stati svegliati dal colpo esploso ed erano accorsi a vedere cosa stesse succedendo. In questo modo, il commando riuscì a prendere prigionieri David Berger, Yossef Romano, Mark Slavin, Ze’ev Friedman, Eliezer Halfin e Gad Tsobari. Mentre questo gruppo veniva spostato per raggiungere gli altri prigionieri, David Berger si rivolse ai suoi colleghi in ebraico dicendo: “Non abbiamo nulla da perdere, cerchiamo di sopraffarli”. Uno dei terroristi, che comprendeva l’ebraico, spianò il proprio fucile contro gli ostaggi per prevenire reazioni. Gad Tsobari decise di rischiare il tutto per tutto e imboccò la porta che comunicava col garage sotterraneo fuggendo a zig zag e riparandosi dietro i piloni di sostegno. Un membro del commando sparò diversi colpi in direzione di Tsobari, mancandolo di poco.

FUGA – Nella confusione di questo momento, Weinberg, benché ferito, con un pugno atterrò Badran, facendogli saltare diversi denti e fratturandogli la mascella. Afferrò il suo fucile, ma nella colluttazione che seguì, fu raggiunto da un colpo di arma da fuoco in pieno petto e fu ucciso. Tsobari riuscì comunque a fuggire. Il commando si riunì nuovamente e sembra che a questo punto Yossef Romano (che camminava con l’ausilio di stampelle, essendosi infortunato a un legamento del ginocchio durante la sua gara) abbia provato a togliere di mano un fucile a un terrorista. Forse fu ucciso all’istante da una raffica di mitra, anche se rimane il sospetto (non confermato) che sia stato solo ferito e poi successivamente torturato a morte, addirittura evirato. Il giorno seguente, Romano sarebbe dovuto tornare in Israele per sottoporsi a un esame e a un’operazione al ginocchio. Il suo corpo fu posto di fronte agli ostaggi israeliani legati, come monito a non tentare sortite. Gad Tsobari riuscì a raggiungere una troupe televisiva statunitense della ABC e dal momento che non parlava bene l’inglese, provò a farsi capire. I membri della troupe vedendolo trafelato, vestito solo con un paio di pantaloni e con un accento strano, scoppiarono a ridere, pensando si trattasse di uno scherzo. Alle ore 4:47 una donna delle pulizie, che si stava recando al lavoro, telefonò all’Ufficio Olimpico per la Sicurezza dicendo di aver udito colpi di arma da fuoco. Un Oly fu inviato sul posto e vedendo un terrorista incappucciato e armato di Kalashnikov chiese cosa stesse succedendo. Il terrorista non rispose, ma il corpo di Moshe Weinberg fu gettato in strada come segno inequivocabile delle intenzioni dei terroristi.

BRUNDAGE – Alle 5:08 due fogli di carta furono gettati dal balcone del primo piano e raccolti da un poliziotto tedesco: si richiedeva la liberazione di 234 detenuti nelle carceri israeliane e dei terroristi tedeschi della Rote Armee Fraktion, Baader e Meinhof, detenuti in Germania. L’ordine avrebbe dovuto essere eseguito entro le 9:00 del mattino. In caso contrario, Issa (che aveva assunto il ruolo di negoziatore) minacciò che sarebbe stato ucciso un ostaggio per ogni ora di ritardo e che i cadaveri sarebbero stati gettati per strada. Alle 8:15 era in programma ai Giochi olimpici una gara di equitazione che si svolse regolarmente. Il Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Avery Brundage (il quale sarebbe rimasto in carica sino al termine dei Giochi), fu informato dell’accaduto ma decise che le Olimpiadi non si sarebbero dovute fermare.

GOLDA MEIR – I tedeschi assemblarono un’unità di crisi composta dal capo della Polizia di Monaco, Manfred Schreiber, dal Ministro Federale degli Interni, Hans-Dietrich Genscher e dal Ministro degli Interni della Baviera, Bruno Merk. Il Cancelliere Federale Willy Brandt contattò immediatamente il Primo ministro israeliano, Golda Meir, per rendere note le richieste dei terroristi e cercare una soluzione al caso. La posizione della Meir fu fermissima: nessuna concessione al ricatto dei terroristi. Tuttavia, il governo israeliano si offrì di inviare in Germania un’unità della per tentare un blitz. I tedeschi declinarono l’offerta e cercarono di prendere tempo con i terroristi. Le scuse addotte furono le più svariate: non si riuscivano a raggiungere alcuni membri del governo di Israele, non si riuscivano a localizzare tutti i prigionieri, le linee telefoniche con Gerusalemme continuavano a cadere. I terroristi erano al corrente sin dall’inizio della politica che Israele avrebbe perseguito, ma ciononostante estesero l’ultimatum alle 12:00. Le trattative erano portate avanti da Issa che di tanto in tanto usciva dall’edificio per parlare con gli ufficiali di Polizia, con una bomba a mano ben in vista nel taschino.

RICHIESTE RESPINTE – Nel frattempo, il programma delle Olimpiadi andava avanti, nonostante si fosse ormai diffusa in tutto il mondo la notizia dell’azione del commando. L’unità di crisi, affiancata da Magdi Gohary (consigliere egiziano presso la Lega Araba) e da Ahmed Touny (rappresentante egiziano del Comitato Olimpico Internazionale) si incaricò di portare avanti le trattative: dapprima Schreiber si dichiarò disponibile a offrire qualsiasi somma di denaro, successivamente Genscher, Merk, Walther Tröger (il capo del villaggio olimpico) e Hans-Jochen Vogel (Borgomastro di Monaco) si offrirono come ostaggi al posto degli israeliani. Tutte le richieste furono respinte da Issa. Brundage suggerì allora di immettere gas narcotizzante attraverso i condotti di ventilazione, come era stato fatto dalla Polizia di Chicago negli anni venti. L’unità di crisi provò a mettersi in contatto con vari dipartimenti di Polizia statunitensi per aver maggiori informazioni, ma il piano fu abbandonato. Fu allora deciso di utilizzare agenti travestiti da cuochi che portassero cibo e acqua dentro l’appartamento. Ma i terroristi, forse immaginando una mossa simile, ordinarono che le vivande fossero lasciate di fronte all’ingresso e si incaricarono loro stessi, a turno, di portarle all’interno.

ULTIMATUM – L’ultimatum fu spostato alle 15:00 e successivamente alle 17:00. I terroristi sapevano bene che in tal modo l’audience televisiva sarebbe aumentata, fornendo loro un formidabile strumento di propaganda. Verso le ore 16:00 fu deciso di dare il via a un nuovo tentativo di soccorso: un nucleo di tredici agenti di Polizia si sarebbe introdotto nell’appartamento utilizzando i condotti di ventilazione posti sul tetto dell’edificio. L’intera operazione fu ripresa in diretta dalle telecamere, ma anche i terroristi all’interno dell’appartamento stavano osservando la TV e minacciarono di uccidere gli ostaggi immediatamente. L’intera operazione fu quindi annullata. Nel frattempo il villaggio olimpico era ormai pieno di curiosi che cercavano di avvicinarsi il più possibile alla palazzina israeliana. Alcune persone manifestavano portando cartelli che chiedevano la sospensione delle Olimpiadi. Poco prima delle 17:00 i terroristi avanzarono una nuova richiesta: volevano essere trasferiti assieme agli ostaggi al Cairo e da lì proseguire le trattative. Le Autorità tedesche chiesero di potersi prima sincerare delle condizioni degli ostaggi e del loro assenso a proseguire per il Cairo. I tentativi si rivelarono inutili, sinché verso le 20:20 il cancelliere Brandt riuscì a parlare col Primo ministro egiziano Aziz Sidky, che negò l’assenso del suo governo all’operazione. Intanto i terroristi poserp un estremo ultimatum per le ore 21:00, rinnovando la minaccia dell’uccisione di un ostaggio per ciascuna ora di ritardo. Si decise allora di esperire gli ultimi tentativi per salvare gli ostaggi: i terroristi e gli ostaggi avrebbero raggiunto un piazzale del villaggio olimpico e da lì sarebbero saliti su due elicotteri diretti all’aeroporto. Lì avrebbero trovato un Boeing 727 della Lufthansa che li avrebbe portati a Il Cairo. I terroristi avrebbero voluto dirigersi all’aeroporto di Monaco-Riem, ma i negoziatori riuscirono a convincerli del fatto che la base aerea di Fürstenfeldbruck avrebbe rappresentato una scelta migliore. Le intenzioni dell’unità di crisi consistevano nel tentare di uccidere i terroristi mentre percorrevano a piedi il tragitto verso gli elicotteri, oppure di compiere un’azione all’interno dell’aeroporto.

TRASFERIMENTO – La prima ipotesi fu abbandonata il capo del commando Issaa, sospettando un agguato, richiese che il trasferimento verso il piazzale avvenisse con un minibus. In precedenza, lo stesso Issa aveva effettuato a sorpresa un’ispezione del parcheggio sotterraneo e i poliziotti tedeschi, appostati dietro i piloni del parcheggio avevano dovuto ritirarsi con estrema cautela. Alle 22:10 il gruppo lasciò l’edificio e subito dopo salì su due elicotteri Bell UH-1 Iroquois. Nel primo presero posto Shapira, Spitzer, Slavin, Shorr e Gutfreund, insieme a Issa e ad altri tre terroristi. Nel secondo entrarono Berger, Friedman, Halfin e Springer, accompagnati da altri quattro terroristi. In questo frangente le autorità tedesche si accorsero che il commando era formato da otto persone e non cinque, come avevano creduto sino a quel momento. In seguito, emerse che un gruppo di postini tedeschi aveva visto il commando scavalcare la recinzione la notte precedente e che si erano recati presso la Polizia per fornire la propria versione dei fatti. Il volo dal villaggio olimpico all’aeroporto di Fürstenfeldbruck durò all’incirca una ventina di minuti. All’interno della torre di controllo dell’aeroporto si trovavano il comandante del Mossad, Zvi Zamir e un suo assistente, Victor Cohen, in qualità di osservatori. Pochi minuti prima che gli elicotteri con gli ostaggi atterrassero, la squadra di Polizia posizionata all’interno dell’aereo valutò la possibilità di annullare l’azione. Alcuni agenti fecero notare che uno scontro a fuoco all’interno di un aereo pieno di carburante e privo di vie d’uscita avrebbe rappresentato la morte sicura. Inoltre, le false uniformi della Lufthansa erano incomplete e male assemblate.

FUOCO – A questo punto, le speranze erano poste tutte nei cinque agenti di Polizia posizionati ai bordi della pista. Verso le 22:35 gli elicotteri con gli ostaggi atterrarono all’aeroporto. Immediatamente scesero i quattro piloti e sei terroristi. Issa e Tony, già insospettiti dal ritardo nel trasferimento, si recarono immediatamente a ispezionare l’aereo mentre i quattro piloti venivano tenuti sotto tiro, con le mani sulla testa. Non appena si accorsero che l’aereo era vuoto, compresero che si trattava di una trappola e tornarono di corsa agli elicotteri. Fu a quel punto che Wolf dette ordine di aprire il fuoco. Erano all’incirca le 23:00. Le luci che erano state posizionate per illuminare a giorno l’area si accesero e gli agenti cominciarono a sparare. Il poliziotto che era posizionato accanto a Wolf mancò il primo colpo, ma riuscì a ferire Tony alla gamba al secondo tentativo. I piloti degli elicotteri si dettero alla fuga mentre Issa correva a zig zag verso gli ostaggi schivando i colpi. Immediatamente furono colpiti a morte Paolo e Abu Halla. I terroristi superstiti presero di mira i fari, posizionandosi dietro e sotto gli elicotteri. In questa circostanza, un colpo mortale raggiunse l’agente Anton Fliegerbauer. Seguì un fitto scambio di colpi per circa un’ora.

MORSI ALLE CORDE – Gli ostaggi, che nel frattempo erano rimasti legati all’interno degli elicotteri, provarono a liberarsi mordendo le corde. L’elicottero che trasportava la squadra dei rinforzi atterrò, per cause ignote, sull’altro lato della pista, a più di un chilometro di distanza dal luogo della sparatoria e gli agenti non entrarono mai in azione. Nel frattempo, tutta l’area adiacente all’aeroporto e le vie d’accesso erano state occupate da giornalisti e curiosi. Questa circostanza aveva fatto sì che i veicoli corazzati Sonderwagen che dovevano servire da rinforzo rimanessero coinvolti nel traffico. Inoltre, uno dei veicoli si diresse erroneamente verso l’aeroporto di Monaco-Riem, dall’altra parte della città. Quando il conducente apprese che il teatro dell’azione era a Fürstenfeldbruck, frenò bruscamente, causando un massiccio tamponamento a catena. Zamir e Cohen, in un ultimo disperato tentativo, presero un megafono e provarono a intimare ai terroristi di arrendersi. Alle 00:04 uno dei terroristi, probabilmente Issa, sparò un intero caricatore all’interno di un elicottero uccidendo Ze’ev Friedman, Eliezer Halfin, Yakov Springer e ferendo a una gamba David Berger. Subito dopo, lo stesso terrorista lanciò una bomba a mano nel velivolo che fu avvolto dalle fiamme. Issa si allontanò dall’elicottero assieme a Salah, sparando in direzione degli agenti, ed entrambi furono uccisi. Il poliziotto che si trovava nella linea di tiro dei colleghi riuscì a sparare in tutta l’azione un solo colpo con il quale uccise Salah. Ma i suoi colleghi, avendolo scambiato per un terrorista, spararono contro di lui ferendolo. Anche un pilota, Ganner Ebel, rimase ferito dai colpi sparati dagli agenti.

TUTTO FINITO – La dinamica relativa agli ostaggi dell’altro elicottero non è accertata, ma sembra che il terrorista conosciuto come Denawi, subito dopo l’esplosione, abbia sparato all’interno del velivolo uccidendo Yossef Gutfreund, Amitzur Shapira, Kehat Shorr, Mark Slavin e André Spitzer. Rimanevano quattro terroristi: Samir e Badran si finsero morti e furono catturati dalla Polizia. Samir era ferito al polso destro, mentre Badran era stato raggiunto alla gamba. Denawi fu catturato completamente illeso. Tony fu localizzato da una pattuglia con l’ausilio di cani poliziotto mentre si nascondeva nei pressi di un vagone ferroviario situato lì vicino. La Polizia provò a farlo uscire utilizzando gas lacrimogeni, ma fu ucciso dopo un breve conflitto a fuoco. Alle 1:30 del 6 settembre 1972 era tutto finito.

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