Firenze, Maggio Musicale: «Alcina» trionfa anche se la Bartoli deve dare forfait

Il cast alla fine della recita del 20 ottobre (ammantata di rosso, al centro, Marie Lys, sostituta della Bartoli

FIRENZE – Gran successo, applausi a scena aperta dopo ogni aria e lunga ovazione finale anche per la seconda recita, al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, di «Alcina», capolavoro di Georg Friedrich Händel d’ispirazione ariostesca (mediata dal libretto di un’opera di Riccardo Broschi), mai rappresentato prima al Maggio. A portarcelo è stata Cecilia Bartoli, coi suoi Les Musiciens du Prince diretti da Gianluca Capuano: un’orchestra di specialisti che ha offerto un’esecuzione eccellente, accompagnando un ottimo cast su cui svettava il controtenore Carlo Vistoli, voce potente e duttile, di grande estensione e agilità, indispensabile per il ruolo impervio di Ruggiero. Sul palco mancava proprio la regina delle colorature, Cecilia Bartoli, già raffreddata la prima sera e poi afflitta da una laringite. L’ha sostituita nel ruolo eponimo l’esperta Marie Lys, che ha saputo far superare al pubblico la delusione per l’assenza della diva Bartoli. Da menzionare anche la resa del contralto Kristina Hammarström (Bradamante/Ricciardo), del soprano Lucía Martín-Cartón (Morgana), del tenore Petr Nekoranec (Oronte), del baritono Riccardo  Novaro (Atlante/Melisso; rimasto nell’anonimato, ma molto applaudito il solista del Wilten Boys Choir/Innsbruck che interpretava Oberto, figlio di Astolfo, trasformato in mirto da Alcina, che riprenderà la forma umana, con gli altri ex-amanti imprigionati in corpi di fiere, in pietre o in alberi, solo alla rottura dello specchio su cui si reggeva l’incantesimo della maga, che di colpo invecchierà e morirà. La resa scenica con la regia di Damiano Michieletto, le scene di Paolo Fantin, le luci di Alessandro Carletti e i costumi di Agostino Cavalca è riuscitissima: anche chi è prevenuto verso il fin troppo prolifico ed estroso regista, stavolta può avvicinarsi senza rischiare di uscirne disgustato o stuccato; l’impostazione della regia sottolinea il taglio del libretto, che fin da poche scene dopo l’inizio mostra un’Alcina in declino inarrestabile: innamorata davvero della sua ultima preda umana, Ruggiero, perde progressivamente i poteri magici e rimane una disperazione del tutto umana (anche sotto il rispetto musicale, il suo è il ruolo meno fiorito e più drammatico); una grande vetrata a specchio (trasparente e rotante), simbolo dell’illusorietà del suo mondo, divide la scena, nella cui parte anteriore si muovono volta a volta i protagonisti, mentre sul retro si avviluppa un cospicuo numero di mimi (i cavalieri stregati dalla maga); il mirto in cui nel poema di Ariosto è mutato Astolfo (nel libretto è un leone), in contraddizione con la natura di quella pianta, ha perso le foglie e sembra prelevato dalla selva dei suicidi nell’inferno dantesco. Alle spalle di Alcina, dietro la vetrata, si delinea talvolta, quando la sofferenza d’amore si fa acuta, il suo doppio invecchiato (nella storia ha 400 anni e pure l’aspetto giovanile è illusorio), prodromo dello sfacelo imminente. Nell’insieme uno spettacolo che scorre, nonostante la lunghezza dell’opera (che resta consistente, anche coi tagli operati), e che affascina; giova molto alla buona riuscita dell’opera anche l’essere rappresentata in Sala Mehta, più raccolta della sala grande. Repliche sabato 22 ottobre alle 18, lunedì 24 alle 19 (esaurita), mercoledì 26 alle 19.

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