Intervista a Giovanni Gulino, voce del gruppo siciliano

Marta sui tubi alla Flog di Firenze: “Qui ci sentiamo come a casa”

di Marco Ferri - - Cultura

Il gruppo siciliano Marta sui tubi che sabato sera sarà alla Flog del Pogetto, a Firenze

Il gruppo siciliano Marta sui tubi che sabato sera sarà alla Flog del Pogetto, a Firenze

In scaletta ci sono anche Dispari e Vorrei, i due brani inseriti nel nuovo album Cinque, la Luna e le spine, che i Marta sui tubi hanno presentato all’ultima edizione del Festival di Sanremo. L’appuntamento è per sabato prossimo all’Auditorium Flog del Poggetto (Via M. Mercati 24/B – Firenze infoline 055-487145 / 490437, apertura ore 21.15, ingresso 13/11 euro, con prenotazione consigliata).
Per Giovanni Gulino e compagni si tratta di un ritorno alla Flog, ma probabilmente questa volta vi arrivano molto più consapevoli del proprio appeal nei confronti di un intero esercito di fans che spesso li “rincorre” da una data all’altra lungo la Penisola.
Alla voce del gruppo – lo stesso Gulino – abbiamo rivolto qualche domanda.

Dopo cinque album vi sentite sempre la ”bandiera” dei gruppi indipendenti?
Questo non lo so, anzi non sta a me dirlo, ma di sicuro noi non facciamo un tipo di musica per strizzare l’occhio alle radio. E questa nostra condotta ci dà tante soddisfazioni.

Ma continuate a stare alla larga dal major…
In un certo senso. Noi siamo sotto contratto con la BMG i quali si sono rivelati disponibili ad andare oltre cioè a diventare produttori del nostro nuovo disco, oltre che distributori. E quel che siamo riusciti a realizzare dopo tanto tempo, credo si veda e si senta. I Marta sui tubi hanno potuto lavorare in una situazione favorevole, a contatto con gente competente. E la BMG ci ha concesso totale libertà. Non hanno voluto ascoltare neanche l’album prima di pubblicarlo. Senza dimenticare che siamo il solo gruppo prodotto dalla BMG. Un privilegio.

Riascoltate mai i vostri precedenti lavori per trarne ispirazioni o correggere difetti?
Gli altri componenti del gruppo non so, ma io non lo faccio mai. Io ascolto ogni disco, tante volte, mentre sta nascendo. Una volta stampato non lo ascolto più. Perché ogni disco e legato all’idea di quel preciso momento. Invece poi le canzoni vivono ogni sera nei concerti, pezzi riarrangiati spesso nell’arco degli anni che danno vita a nuove versioni delle stesse canzoni. Personalmente non mi va di fermarmi a quelle del disco che le ospita. Se oggi riscrivessimo quelle canzoni certamente sarebbero diverse, per questo hanno valenza solo in quel momento.

Come nasce una canzone dei Marta sui tubi?
Non esiste un iter stabilito. Il gruppo vara canzoni che originano sempre da spunti individuali da improvvisazioni, da suite che facciamo nelle sale prova. C’è sempre qualcuno che porta un’idea, un testo, parti di un testo. Talvolta i primi embrioni di brani nascono a casa, col computer, poi vengono ricomposti in sala, con un nuovo vestito musicale.

Testi e musica. In che proporzione stanno?
Fifty-fifty. Ognuno dei due elementi ci porta via la metà delle nostre energie. E per ogni brano lavoriamo tanto perché sia sempre sorprendente, per evitare ripetizioni e similitudini.

Il vostro ultimo disco: possiamo definirlo della maturità?
Non lo so. Altri devono giudicare. Noi pubblichiamo un disco ogni 2-3 anni, un tempo nel quali tutti si cambia nella società, nella politica, nelle amicizie, nell’approccio che è sempre diverso. Così come differenti sono gli strumenti che usiamo e che conducono a strade diverse. In questo ultimo album c’è molta psichedelia, molto rock, così come non manca il folk.

Tornate a suonare nei piccoli club. Una scelta di piacere o un’esigenza?

Non siamo da palasport, questo è chiaro. D’estate abbiamo suonato in spazi più ampi, ma adesso è l’ora di tornare nei nostri club, ambienti familiari, dove sappiamo dov’è il camerino e conosciamo un po’ tutti. Alla Flog abbiamo suonato spesso. È una dimensione che ci appartiene di più e dove possiamo presentare il nostro ultimo disco, che necessita di particolari sonorità, con maggiore tranquillità.

E poi? Tour estivo?
Proseguiamo nei club fino a maggio. Poi credo ci siano già pronte 35-40 date estive in giro per la Penisola. E con i fans che ci rincorrono…

Parliamo d’altro. Se ti chiedessero di fare da giudice a un talent show?
Già diversi giornalisti me lo stanno chiedendo. Incredibile. Personalmente sono contro i talent show. Chi esce da lì è gente come le pesche sciroppate al confronto con quelle appena staccate dalla pianta: non sanno di niente. E quello non è il giusto modo di crescere artisticamente. Perché non si fa la gavetta. La gavetta invece è tutto. Grazie a quella inizi a capire chi sei veramente. Prima bisogna essere delle persone e poi dei personaggi. Nei talent accade il contrario. Ci va solo chi vuol apparire. Non dico che chi vince nei talent alla fine no possa diventare artista, ma la gavetta non l’avrà mai fatta.

Ha avuto dei cantanti-modello cui s’è ispirato?
Più di uno. In tutti questi anni non ho fatto altro che imitare le timbriche dei cantanti che mi piaceva. Da Robert Plant dei Led Zeppelin a Robert Smith dei Cure fino a Bono Vox dedgli U2. Anzi, ancora oggi tutte le volte che cerco di fare Sunday bloody Sunday finisco col perdere la voce. Oggi non ho più modelli perché cerco di elaborare un mio stile, cercando di trovare metrihce nuove, anche se l’italiano non aiuta. Meglio i dialetti, che sono tutti più musicali, mentre nella nostra lingua nazionale è più difficile far dialogare melodia e fonia.

E col rap in che rapporto è?
Io sono cresciuto ascoltando il rap americano di fine anni ’80 e inizio anni ’90. Però gruppi com gli italianissimi 99 Posse e Almamegretta non li ho più ascoltati. Oggi ce n’è qualcuno interessante, soprattutto se non si autocita continuamente. Però è anche vero che il rap non appartiene alla nostro cultura.

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Marco Ferri

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