Albertazzi dà voce a Firenze

Giorgio Albertazzi
Giorgio Albertazzi
Giorgio Albertazzi

Albertazzi in teatro è sempre un appuntamento imperdibile. Sia che utilizzi un copione magari scritto secoli prima, sia che vada a braccio, a ruota libera. Perché l’artista di Fiesole, che il prossimo 20 agosto compie 90 anni, ormai da oltre 60 anni si può permettere di tutto. Anche di stare un paio di ore sul palcoscenico del Teatro Verdi di Firenze, a parlare della “sua” Firenze, di cui si sente figlio.

Accadrà stasera, alle 21, nell’ambito di una serata di spettacolo e di beneficenza. Titolo: «La mia Firenze». Le donazioni e il ricavato dello spettacolo, in cui il grande attore sarà accompagnato al piano da Antonio Artese con la proiezione di immagine storiche offerte dall’Archivio Storico Fratelli Alinari, saranno devoluti a due iniziative. La prima è il progetto “New Renaissance Patronage Fund”, promosso dall’International Studies Institute Florence, che permetterà di fornire borse di studio per giovani talenti italiani e americani; la seconda è la campagna di lotta alla povertà “Coltiva. Il cibo. La vita. Il pianeta”, promossa da Oxfam Italia, affinché tutti nel mondo abbiano abbastanza cibo.

Ma Albertazzi che dedica un recital a Firenze, raccontando la sua gioventù, è già in odore di evento, oltre a prefigurare una sorta di dichiarazione d’amore per la città.

Maestro, da dove nasce l’idea di questo recital?

Mi sembra normale, son fiorentino. Il 9 maggio Firenze sarà la capitale d’Europa e quindi gli organizzatori hanno cercato delle persone che hanno a che fare con la città. Se poi sono artisti noti, meglio ancora. Io sono un artista, sono fiorentino, anche se sono nato a Fiesole, e quindi mi sembra naturale che mi abbiano invitato a parlare della mia Firenze. Grazie a tutti.

Ma talvolta Firenze non è un po’ matrigna?

Eh sì. Talvolta Firenze si dimentica anche troppo dei suoi figli che sono esuli nel mondo, Dante insegna… ma in questo caso sono felice. Potevano chiamare anche altri, certo, come Zeffirelli, ma non sta benissimo in questo momento. Forse era meglio se c’era lui, ma stavolta è andata così.

Com’è la “sua” Firenze?

Per me esistono dei luoghi memorabili che hanno segnato la mia vita, come Fiesole, oppure il contado, con la Villa I Tatti di Bernard Berenson, San Martino a Mensola, e poi il teatro della Pergola, e l’Università in piazza San Marco. Firenze è questa per me, alla quale unisco volentieri il ricordo dello stadio, della Curva Fiesole. E poi c’è la Firenze dei miei amori, delle mie storie…

Questa volta come l’ha trovata la sua città?

Ho trovato una città viva e mi fa molto piacere questo nuovo incontro. È stato vibrante, un po’ ingombra di turisti, certo, ma questo non è un male. Anzi. È comunque bellissima come una madre. ‘Torna il diletto figlio a la tua casa’ diceva D’Annunzio…

Quando parla di Firenze lei fa riferimenti di natura soprattutto culturale. Ma non è oggi questo legame tra la città e la cultura si sia un po’ affievolito?

Visto da fuori non mi pare. L’abbiamo letto su tutti i giornali che gli Uffizi sono appena stati definiti il più bel museo al mondo, prima del Louvre, del Metropolitan e dell’Ermitage di San Pietroburgo. Firenze è la più grande concentrazione d’arte che esista al mondo, e a chi definisce Firenze città d’Europa, io rispondo: no, Firenze è città del mondo. È l’ombelico del mondo. Certo, Firenze non sempre è all’altezza del ruolo che le compete. Talvolta viene sopraffatta da una specie di nonchalance circa il modo di vivere e il senso dell’estetica dei fiorentini. Per esempio, consideriamo le case: sono sempre diverse da quelle di tutto il resto d’Italia. Qui c’è un’armonia delle imperfezioni che è la sua bellezza. Altrove non c’è. E per questo Firenze è unica. Ci si abitua a tutto. Ci si abitua anche alla bellezza.

Una ricetta per uscire da questo circolo vizioso?

Si potrebbe fare di più: per esempio raccontare continuamente Firenze, portarla nel mondo, anche se poi ci va da sola. È impossibile che un artista non venga a Firenze. Pensiamo a Dostoevskij che passava i suoi pomeriggi agli Uffizi.

Torniamo allo spettacolo. Cosa ascolteremo al Verdi?

Sono contento perché improvviserò. Non ho un testo. Andrò a ruota libera e avrò solo un pianoforte ad accompagnarmi. D’altronde Firenze offre fin troppi spunti per il recital di uno dei suoi figli.

 

Teatro


Marco Ferri


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