Cinquantanove anni fa moriva il primo presidente del consiglio italiano del dopoguerra

19 agosto: De Gasperi, la memoria che vive

di Francesco Butini - - Lente d'Ingrandimento, Politica

Alcide De Gasperi (1881-1954)

Alcide De Gasperi (1881-1954)

Il 29 luglio 1954 Alcide De Gasperi lasciò in treno Roma per trascorrere le settimane estive nella sua casetta di Sella Valsugana, tra i suoi monti e le sue valli trentine. Stanco. Ammalato. Amareggiato.

Portava con sé la preoccupazione del possibile fallimento proprio in quei giorni della Comunità Europea di Difesa (CED), l’ultima grande battaglia europeista insieme al cancelliere tedesco Konrad Adenauer e al francese Robert Schuman. Democristiani, come lui. De Gasperi avvertiva la fine del disegno politico della CED, e con essa la morte di un’idea di Europa. Politica e federata, e non solo economica e mercantile. Avvertiva tutta l’impotenza che la sua vecchiaia e la sua malattia lo costringevano al riposo e all’isolamento tra i suoi monti. Isolamento che avvertiva essere anche politico.

De Gasperi aveva preso nelle sue mani la guida del governo del Paese nel dicembre 1945. Aveva portato l’Italia a negoziare il duro trattato di pace, dopo che l’Italia era stata alleata di Hitler, intervenendo alla Conferenza di pace di Parigi con uno dei più alti discorsi politici mai pronunciati da un Presidente del Consiglio italiano. «Prendendo la parola in questo consesso mondiale – disse – sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato …». Aveva governato un Paese ancora a forti simpatie monarchiche verso la nascita della Repubblica. Aveva affrontato la drammatica crisi economica e la ricostruzione post bellica di un Paese distrutto. Aveva orientato un Paese a così forte penetrazione comunista e stalinista verso l’alleanza con l’Occidente democratico. Aveva rispettato l’autonomia parlamentare nella stesura della nuova Costituzione, una delle più avanzate al mondo. Aveva risolto democraticamente la sfida del comunismo con le elezioni del 18 aprile 1948. Aveva riformato il Paese. E gli aveva ridato una dimensione e una credibilità internazionale.

Nessun statista italiano avrebbe più avuto il prestigio europeo e internazionale di Alcide De Gasperi. Nessuno ha compiuto un’opera politica di dimensioni tali come portare l’Italia in così pochi anni dalla disfatta dell’8 settembre 1943 (quando, è stato scritto, lo Stato italiano si liquefò) al pieno reinserimento nel consesso delle grandi democrazie mondiali con la firma come Paese fondatore sia del Patto Atlantico il 4 aprile 1949 che della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio il 23 luglio 1952. Lo fece per visione politica e prestigio personale.

«La sera aveva voluto cantare con noi e con un gruppo di ragazzi attorno al caminetto come nei tempi felici» scrisse anni dopo la figlia Maria Romana ricordando gli ultimi giorni del padre a Sella Valsugana. «Con la gola un po’ chiusa cantavamo a voce smorzata finché papà ci seguì e intonò la Val Camonica».

Ormai si consumavano le ultime ore. «Alle 2.30 il grido della mamma: ‘ragazzi papà muore!’ ci svegliò come in un brutto sogno. Il cuore aveva subìto un nuovo colpo. Nella camera modesta dal pavimento d’abete, che impressionò i giornalisti, quella notte del 19 agosto 1954 Alcide De Gasperi, guardando uno strano Cristo dai capelli rosati piegato nell’agonia, spirava ripetendo il nome di Gesù».

Il treno che per l’ultima volta lo aveva portato da Roma tra i suoi monti tre settimane prima, a Roma sarebbe tornato con il feretro. Una folla senza fine si accalcò lungo i binari e nelle stazioni ferroviarie per salutare l’uomo della ricostruzione che tornava per sempre nella Città Eterna. «Mai vista una cosa del genere» appuntò Amintore Fanfani nel suo diario, a testimoniare la forte impressione che si ebbe per la vasta emozione popolare suscitata dalla morte di Alcide De Gasperi.

In una delle sue ultime lettere ad un sacerdote De Gasperi scrisse: «Tu hai scelto la parte migliore. Io vorrei in verità rinnovarmi, ammirando la semplicità e la santità della vita tua. Io invece ho attraversato, agitato, il turbine dell’esistenza tendendo sempre nervi e volontà. Di quanti falli mi chiamerà responsabile il Signore, padrone della terra e dei popoli?».

 

 

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Francesco Butini

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Istituto di studi politici "Renato Branzi"

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