Omicidio Meredith, Sollecito si difende e attacca

Raffaele Sollecito in aula a Firenze
Raffaele Sollecito al processo d'appello bis di Firenze
Raffaele Sollecito al processo d’appello bis di Firenze

FIRENZE – Potrebbe arrivare il 10 gennaio la sentenza per l’appello bis per l’omicidio di Meredith Kercher. Data indicata dal presidente della Corte durante l’udienza che ha visto come protagonista Raffaele Sollecito che in aula ha fatto una lunga dichiarazione spontanea. Si è difeso ma ha anche attaccato quei giudici e quei pm che, compiendo «un grosso sbaglio», hanno fatto in modo che sia ancora sul banco degli imputati: «Amanda fu il mio primo amore, non sono un assassino spietato, una persecuzione allucinante nei miei confronti. Non ho più una vita» ha detto l’ingegnere barese.

La presenza di Sollecito ha risvegliato l’interesse del pubblico, che finora aveva snobbato le udienze di questo appello bis. In aula non c’era libero nemmeno uno dei 150 posti a sedere riservati agli spettatori. Quando Sollecito ha cominciato a parlare, anche il brusio di sottofondo si è fermato. E mentre usciva dall’aula scortato da papà Francesco, in molti gli si sono avvicinati per scattargli una foto.

«Non ho mai conosciuto Guede e conoscevo pochissimo Meredith -ha detto Raffaele- Ero molto vicino alla laurea, avevo 20 anni e ho conosciuto Amanda, il mio primo vero amore. Vivevamo gli albori di una storia spensierata, volevamo stare nel nostro nido, vivere la nostra piccola favola. C’era tutto nella nostra mente, fuorché una visione di disprezzo dell’essere umano, come ci descrive chi ci accusa». E poi: «non mi è mai piaciuto l’alcol e non andavo alle feste, anche se mi sono fatto qualche spinello, questo non ha cambiato la mia personalità». Dopo l’omicidio, Raffaele non prese subito «sul serio» la situazione in cui si trovò: di questo «mi dispiace, me ne faccio una colpa», ha detto.

Con la voce rotta, ha poi concluso chiedendo ai giudici di restituirgli «una vita, perché al momento io una vita reale non ce l’ho».

L’udienza si era aperta con l’illustrazione, da parte dei periti del Ris, degli esiti dell’esame sulla traccia di dna trovata fra l’impugnatura e la lama del coltello ritenuto dall’accusa l’arma del delitto. I risultati dicono che ci sono «notevoli affinità» con il profilo genetico di Amanda Knox. È una risposta che poco aggiunge al processo. Si tratta di un coltello da cucina, che venne sequestrato in casa di Sollecito: quindi è normale, sostengono le difese, che sia stato usato da Amanda.

La prossima udienza, il 25 novembre, ci sarà la requisitoria del sostituto pg Alessandro Crini, che deve decidere se chiedere ai giudici di assolvere o di condannare Raffaele e Amanda.

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Massimiliano Mantiloni

Giornalista

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