Il confronto decisivo nella fatidica domenica 14 dicembre

Assemblea Nazionale Pd: la resa dei conti di Renzi con la minoranza dem (in gran parte proveniente dal vecchio Pci)

di Paolo Padoin - - Politica, Primo piano

Matteo Renzi alla Direzione del Pd

Matteo Renzi alla Direzione del Pd

ROMA – Per domenica 14 dicembre è convocata l’Assemblea Nazionale del partito democratico: assemblea che si annuncia infuocata, nella quale – dopo le vicende e gli interventi della minoranza dem in merito alla riforma del senato e il dibattito sul jobs act – si prevede che Renzi andrà alla resa dei conti con la rappresentanza della vecchia guardia di provenienza comunista, che lui sta riuscendo a poco a poco a scalzare. I recenti avvenimenti, come le contestazioni a D’Alema a Bari, accusato di essersi fatto sfilare il partito di mano, sono significativi del clima che si respira all’interno del Pd. Anche l’Assemblea regionale toscana, nella quale si doveva decidere l’eventuale conferma della candidatura di Enrico Rossi a Presidente della Regione, senza passare dalle primarie, è stata rinviata in attesa degli esiti della riunione di domani. 

DEM – In effetti la situazione all’interno del maggior partito di governo è incandescente. E’ ben vero che, dopo molte precisazioni, distinguo, richieste di modifica, sull’articolo 18 le componenti del Pd ostili a Renzi hanno tirato la corda ma non fino al punto di romperla. Si sono però rifatte con la presentazione e l’approvazione in Commissione Affari costituzionali alla Camera dell’emendamento che ha abolito i cinque senatori di nomina presidenziale. Circostanza questa che ha innervosito non poco il premier e il suo gruppo.

PREMIER – Dopo che Renzi ha conquistato prima la segreteria del partito e poi Palazzo Chigi i rapporti all’interno della prima forza politica del Paese si sono modificati progressivamente in favore del rottamatore, che ha acquisito una schiera di nuovi fedelissimi prima appartenenti all’ala dei bersaniani o di altri esponenti della vecchia guardia. Il quasi 41% dei voti ottenuti alle europee, cioè il miglior risultato elettorale mai conseguito dalla sinistra (pur in percentuale e non in numero assoluto di voti), ha sancito la vittoria, anche interna, del premier-segretario, ma contemporaneamente ha ridestato l’azione dell’opposizione, in particolare dell’ala che fa capo a Cuperlo, Bindi, D’Alema, Fassina. Nel frattempo però (dato che dovrebbe far riflettere) si è registrato il minimo di aderenti al partito (100 mila contro il mezzo milione della segreteria Bersani). Lo scontro con i sindacati, in particolare con la Cgil di Susanna Camusso, ha accentuato questa divisione.

PARTITO DELLA NAZIONE – Non è un mistero che Renzi sogni la nascita della Terza Repubblica, la formazione di un partito della Nazione che unisca distinte realtà, cercando di recuperare anche Sel, Scelta Civica e Ncd di Angelino Alfano. Ma per far questo è consapevole di doversi in qualche modo sbarazzare dell’opposizione interna e avere il completo controllo del partito.

BIPOLARISMO – Renzi è riuscito finora a seppellire il bipolarismo imperfetto su cui si è retto il gioco politico di questi vent’anni e a cui gli italiani hanno guardato all’inizio come al salvifico sistema che avrebbe rilanciato il Paese debellando la corruzione. La sua irruzione sulla scena ha sconvolto entrambi i poli: il centro-destra è in disgregazione, del centro-sinistra è rimasto solo il Pd, che a sua volta è avviato a perdere pezzi. Non si vede però all’orizzonte un’alternativa politica convincente.

RENZI – Per questo domani è Renzi ad avere il coltello dalla parte del manico, e non è detto che non sia tentato di usarlo come un machete. Finora il boy scout fiorentino è stato molto abile a distruggere, meno a costruire, e per questo può darsi che sia pienamente capace di dare sepoltura definitiva al vecchio sistema anche dentro il suo partito.

RIFORME – Poi però, una volta riuscito a eliminare l’opposizione interna, dovrà organizzare la sua formazione e pensare a fare seriamente quelle riforme che per ora esistono solo sulla carta. E soprattutto dovrà essere capace di varare un vero e proprio piano di risanamento dell’economia, fruendo delle risorse che l’Europa ha promesso di mettere in campo. Dovrebbe riuscire a predisporre un vero e proprio piano Marshall per l’economia che alcuni vedrebbero basato sul recupero di risorse straordinarie – attraverso un progetto di valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico – da usare per ridurre il debito pubblico e alimentare un grande piano di investimenti pubblici per mettere in sicurezza il territorio e valorizzare sempre più le nostre risorse ambientali.

Una manovra di così ampio respiro avrebbe il duplice effetto di ridare la credibilità perduta al Paese e alle sue istituzioni in sede europea, ma soprattutto d’iniziare concretamente il rilancio dell’economia, finora neppure abbozzato, tenendo lontana quell’ipotesi d’intervento della troika comunitaria, il cui spettro è tornato in queste ore ad aleggiare sul nostro Paese. Ma per riuscire a fare tutto questo, nell’Assemblea nazionale dovrà definitivamente chiarire i rapporti conflittuali con la minoranza interna. In altre parole si dovrà decidere: dentro o fuori.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
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