L'ultimo concerto a Casalecchio di Reno

I Pooh hanno chiuso la carriera a Bologna fra le lacrime dei fans: 50 anni di musica diventano storia

di Ernesto Giusti - - Cronaca, Spettacolo

I Pooh salutano: hanno chiuso dopo 50 anni di carriera

BOLOGNA – L’ultimo attacco di «Non restare chiuso qui, pensiero…», ha scatenato un delirio di applausi e strilli. Ma tanti signori maturi, avvezzi ormai a ogni sorpresa della vita, non hanno saputo trattenere le lacrime. Così come i loro figli e le loro figlie, che magari vedevano dal vivo, per la prima volta (e quindi anche l’ultima) uno dei gruppi che ha fatto scatenare l’Italia dalla metà degli anni Settanta a oggi.  «Chi fermerà la musica?». Sono stati loro: Roby Facchinetti, Dody Battaglia, Red Canzian, Stefano D’Orazio e Riccardo Fogli, figliol prodigo. Che lasciò la band per amore di Patty Pravo ed è tornato per chiudere il lungo ciclo con i vecchi amici.

Roby Facchinetti, voce storica dei Pooh

Diecimila gli spettatori nel palasport bolognese, ma ad ascoltare una platea ancora più ampia: per la prima volta, infatti, il concerto è stato trasmesso in diretta via satellite nei cinema di tutt’Italia (circa 200) e sulle frequenze radiofoniche di Rtl 102.5 e di Radio Zeta L’Italiana. Tanti anche i fans arrivati da Firenze e dalla Toscana, che magari avevano seguito i Pooh il 18 e 19 novembre al Mandela Forum, ma c he non hanno resistito alla nuova, ultima chiamata.

Riccardo Fogli e Dody Battaglia

Circa cinquanta le canzoni in scaletta: da Piccola Katy, del 1968 (fu il primo singolo del gruppo ad entrare nelle prime 15 posizioni della Hit parade), a Pensiero, a Chi fermerà la musica, fino a Pierre, canzone sull’omofobia censurata nel ’76. Un finale brioso ma anche nostalgico. E condito dalle lacrime. «Non fate i bischeri», avevano scritto a Firenze. Ma loro hanno resistito nel proposito di chiudere il magnifico ciclo. Si ritroveranno, casomai, per qualche occasione eccezionale, magari per ricordare il loro guru, Valerio Negrini. Ma poco più. Hanno chiuso in bellezza, con trionfo e standing ovation.  E senza ripensamenti.

 

 

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Ernesto Giusti

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