Dopo l'idea del sindaco Nardella, suggeriamo una richiesta

Uffizi 2 a Shanghai? Sì, se i cinesi contribuiranno a restaurare il patrimonio d’arte di Firenze

di Sandro Bennucci - - Cronaca, Cultura, Economia, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento, Politica

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Galleria degli Uffizi: ne potremo esportare un pezzo a Shanghai? Forse si, ma a condizione di avere investimenti cinesi a Firenze per restaurare l’immenso patrimonio d’arte che ha bisogno di essere monitorato e curato

L’idea del sindaco, Dario Nardella, di fondare una seconda Galleria degli Uffizi a Shanghai, mi ha suggerito qualche riflessione. Anche alla luce dell’allarme scatenato dalla morte del povero turista spagnolo, Daniel Testor Schnell, ucciso da un sasso precipitato da una navata della basilica di Santa Croce. Forse il segnale che il nostro immenso patrimonio culturale, vecchio di secoli, può aver bisogno di cure e restauri lunghi e costosi. Ma soprattutto urgenti. Dunque, la proposta di Nardella, per niente nuova, mi ha fatto tornare indietro, al 2009, al viaggio negli Emirati Arabi, inviato da «La Nazione» al seguito dell’allora presidente della Regione Toscana, Claudio Martini. Quando scrissi un articolo «passante», significa che prendeva due pagine, sull’ipotesi di trasferire un pezzo di Uffizi ad Abu Dhabi. Martini ne aveva parlato con i ministri plenipotenziari dell’emirato. Intendeva fare il bis dopo le trattative, che erano state appena avviate, per lo sbarco nel Golfo di una succursale del Louvre. Che si realizzerà, dopo tanti preparativi, soltanto fra pochi giorni, l’11 novembre 2017. Martini pensava addirittura di battere i francesi con gli Uffizi. Volava con la fantasia. Mi ero permesso, parlando con il governatore toscano, anche di dare un piccolo suggerimento: cominciare la collaborazione con un parte delle opere danneggiate dall’Arno nel 1966, già restaurate ma non ancora ricollocate. Il titolo de «La Nazione» fece un certo effetto, il giorno dopo, sui tavoli di Palazzo Chigi e del Ministero dei beni culturali. Essendo la materia – ossia la conservazione delle opere d’arte – di stretta competenza del governo. Se ne parlò per qualche giorno, con condimento di pareri positivi e negativi, poi silenzio. Perchè Roma aveva lasciato intendere che ci sarebbero volute lunghissime pratiche e forse anche qualche passaggio parlamentare. Molti si chiesero: ne vale la pena? Qual è il ritorno concreto? Domande alle quali, i parigini del Louvre, probabilmente affascinati anche dalla capacità degli arabi d’investire soldi (per esempio nel calcio, con lo stramilionario Paris Saint Germain) si sono dati risposte pratiche. Arrivando, sia pure dopo anni, a concretizzare … il PetrolLouvre.  Appunto ad Abu Dhabi.

NARDELLA – Tutto questo mi è tornato in mente davanti alla notizia di questi giorni, con il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che sogna gli Uffizi 2 in Cina, a Shanghai. Anche Nardella, come Martini nel 2009, è rimasto affascinato dalla prospettiva di andare a conquistare un Paese ricco, esportando storia e capolavori di Firenze. Il sindaco ha parlato della proposta di una filiale degli Uffizi in Cina con il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, e con il direttore della Galleria, Eike Schmidt (che fra qualche anno andrà a guadagnare di più a Vienna). Ecco il ragionamento: «Come i francesi hanno fatto ad Abu Dhabi, noi possiamo fare ancora meglio portando gli ‘Uffizi 2’, ad esempio in una città del Sud Italia e anche all’estero, in un grande paese emergente, anzi forte e leader come la Cina dove ci sono milioni di persone che possono conoscere la grande cultura occidentale, dell’Umanesimo e del Rinascimento». Il sindaco ha anche ricordato che la legge italiana «consente dei prestiti temporanei» di opere d’arte, che potrebbero essere inviate per un determinato periodo in una sede fissa identificata in una grande città cinese, Shanghai o Pechino, nella quale poter esporre a rotazione alcune bellezze storico-artistiche. E ancora: «L’idea di una filiale degli Uffizi in Cina è da studiare con cura e attenzione, con un grande progetto, che faccia leva non solo sul nostro grande patrimonio artistico, ma anche su una innovativa operazione di digitalizzazione dei nostri tesori».

CONTROPARTITA – Che cosa penso? Forse Nardella, ora assai attivo, sta preparandosi per tempo alle elezioni del 2019. Ma restando strettamente in tema, credo che un’operazione del genere richieda una volontà politica del governo e che occorrano garanzie internazionali e accordi preparatori piuttosto laboriosi. I francesi, assai dinamici, hanno impiegato quasi dieci anni per raggiungere l’intesa con Abu Dhabi. Alla burocrazia italiana, probabilmente, ne potrebbero servire il doppio. Economicamente il gioco potrebbe valere la candela? In cambio della cessione di un prezioso pezzo di Uffizi, potremmo chiedere investimenti a Firenze, magari per monitorare e mettere in sicurezza l’immenso patrimonio d’arte e cultura per cui Firenze, da sempre, è quel che è e conta quel che conta. L’incidente mortale capitato al povero Daniel, con la chiusura della basilica di Santa Croce, ha fatto scattare il campanello d’allarme. Bisogna capire in che stato sono pietre e marmi scolpiti nel Trecento, nel Quattrocento e nel Cinquecento. Il marmo si può deteriorare. Quindi analizziamolo. Servirà un grosso investimento e un’espansione del miglior laboratorio, l’Opificio delle Pietre Dure. Lo Stato italiano ha il dovere d’intervenire. Ma se, attraverso un accordo internazionale serio, all’insegna degli Uffizi, si potessero avere investimenti stranieri, probabilmente faremmo prima. Pensiamoci.

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Sandro Bennucci

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Direttore del Firenze Post
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