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Reddito di cittadinanza e pensioni: Governo rastrella fondi da altri sussidi

ROMA – Di Maio pretende che si trovino i soldi per il reddito di cittadinanza, i 780 euro per ognuno dei cinque milioni di poveri assoluti italiani. Servono una decina di miliardi. Il Movimento Cinque Stelle vorrebbe finanziare buona parte della cifra, almeno 7 miliardi, facendo salire il deficit ben oltre la soglia del 2%. Il resto verrebbe pescato dai 2,7 miliardi del Rei, il reddito di inclusione per i più poveri varato dal governo Gentiloni. Ma accanto a questo piano, che potrebbe essere definito «A», ce n’è anche uno «B».

Abbassare il più possibile l’asticella della quota finanziata a deficit, utilizzando allo scopo altri aiuti garantiti alle famiglie bisognose e ai disoccupati. Nel mirino da tempo c’è la Naspi, il nuovo assegno di disoccupazione introdotto dal jobs act e che vale un altro miliardo e mezzo circa. Poi ci sono i 500 milioni della «social card», la tessera ricaricata con 40 euro al mese per le persone in difficoltà. In questo modo, il conto del reddito scenderebbe a circa 5 miliardi. Se ancora non bastasse, si starebbe valutando anche di attingere agli assegni per il nucleo familiare. L’altra via esplorata, è quella di abbassare il costo dell’operazione. Per questo al Tesoro si starebbe valutando di rivedere i cosiddetti «coefficienti» con i quali il sussidio viene adeguato alla composizione della famiglia. Un single in povertà, per esempio, avrebbe diritto a 780 euro. Una famiglia composta da moglie, marito e due figli, avrebbe diritto per esempio a 1.638 euro proprio in virtù dell’applicazione dei coefficienti. L’intenzione sarebbe quella di rivederli per abbassare gli importi. Il vero nodo, però, restano le platee. Il primo paletto è stato fissato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ossia che il reddito dovrà andare solo ai cittadini italiani. Questo dovrebbe ridurre già del 30% gli aventi diritto, anche se difficilmente scritta in questo modo la misura potrebbe passare il vaglio costituzionale. Ma anche le platee degli italiani rischiano di essere mobili. Una quota di lavoratori a basso stipendio, magari part time, con compensi vicini alla soglia del reddito, potrebbero decidere di lasciare il lavoro per ottenere il sussidio. Anche questo effetto spiazzamento dovrà essere calcolato per le coperture.

Intanto, come anticipato ieri dal Messaggero, il capitolo pensioni, con l’uscita a quota 100 con 62 anni di età, è in dirittura di arrivo. Tra i requisiti sarà inserito anche un numero minimo di contributi pari a 36 anni. Resta ancora sul tavolo anche l’ipotesi di una riduzione degli anni di contributi necessari per andare in pensione anticipata indipendentemente dall’età (dal 2019 saranno 43 e 3 mesi per gli uomini e 42 e tre mesi per le donne) anche se appare difficile che si arrivi a 41 anni e mezzo come inizialmente ipotizzato. «Il governo intende – spiegano alcune fonti – dare la possibilità di andare in pensione ad almeno 400.000 persone in più». Le nuove uscite riguarderebbero per il 60% lavoratori del settore privato per il 40% dipendenti pubblici (quindi circa 160.000 a fronte di 400.000 uscite in più). Nel settore pubblico nonostante lavorino circa tre milioni di persone l’età media è più alta che nel privato e le carriere contributive sono più lunghe e stabili. I più avvantaggiati della riforma saranno coloro che sono nati nel 1957 e hanno lavorato almeno dal 1981: potranno infatti uscire nel 2019 con oltre cinque anni di anticipo rispetto alle regole attuali (sarebbero usciti nel 2024 a 67 anni e tre mesi con la pensione di vecchiaia o con 43 anni e sei mesi di contributi nel caso della pensione anticipata). La nuova misura inoltre darebbe un piccolo spiraglio anche alle donne nate nel 1953 che con la riforma Fornero del 2011 hanno dovuto rinviare la pensione di sei anni (raggiungendo la vecchiaia nel 2020).

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