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Pensioni d’oro: rapina di Stato o vicepremier burlone. Si attende valanga di ricorsi

La giornata odierna è stata esemplare per comprendere meglio, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il pressapochismo e il dilettantismo del nostro governo, soprattutto per la componente pentastellata. Che su reddito di cittadinanza e pensioni d’oro ha fondato il successo elettorale e adesso rischia di mandare in rovina il Paese pur di rispettare i propositi enunciati proprio su questi temi. Se da un lato, con le previsioni di enormi spese per garantire il reddito di cittadinanza ai nullafacenti, il governo, prevedendo un deficit al 2,4%, ha allarmato tutti gli ambienti finanziari europei e internazionali, dall’altro, con lo stucchevole e pericoloso balletto di proposte in tema di pensioni e di tagli, sta allarmando tutta la categoria dei pensionati, già pugnalati alle spalle dai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni.

Facciamo un breve ripasso di diritto, se l’Italia può essere ancora la patria del diritto, viste le recenti discutibili sentenze della Consulta in salsa renziana. Anche se la conoscenza del diritto non sembra costituire una caratteristica di questo governo, che intende seguire le orme del furto realizzato a suo tempo da Giuliano Amato, che fece razzia dei conti correnti per rimpinguare le casse vuote dello Stato.

In serata poi altri discorsi fuorvianti, che contraddicono quanto affermato nel pomeriggio dallo stesso Di Maio. Riportiamo testualmente dal lancio Ansa: «Domani mettiamo mano alle pensioni d’oro con il decreto fiscale, ma questo non significa che se c’è qualcuno che prende una pensione alta e se l’è meritata gliela dobbiamo tagliare, no. La tagliamo solo a quelli che non hanno versato i contributi per avere 10 mila euro al mese e che vuol dire si stanno fregando la pensione di qualcun altro che prende 500-600-700 euro al mese», afferma Di Maio. Lasciamo ai lettori la valutazione di questa serie di dichiarazioni, rilevando che Di Maio ha chiacchierato  per lungo tempo non riuscendo mai a illustrare e a spiegare precisamente i veri contenuti del provvedimento, che probabilmente neppure lui conosce nei dettagli, ma solo per sentito dire. Mi verrebbe spontaneo affermare che qualcuno dovrebbe andare a piantar nespole invece che occuparsi degli affari degli italiani.

Ricordiamo, per chi non avesse approfondito questo tema,  (riportiamo qui le frasi di Giuliano Cassola in audizione parlamentare) che «nel nostro sistema costituzionale non è interdetto al legislatore di emanare disposizioni le quali modifichino sfavorevolmente la disciplina dei rapporti di durata, anche se il loro oggetto sia costituito da diritti soggettivi perfetti, salvo, qualora si tratti di disposizioni retroattive, il limite costituzionale della materia penale (art. 25, secondo comma, Cost.). Tuttavia, dette disposizioni […] al pari di qualsiasi precetto legislativo, non possono trasmodare in un regolamento irrazionale e arbitrariamente incidere sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti, frustrando così anche l’affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica. La scelta legislativa deve essere assistita da una causa normativa adeguata (sentenze n. 34 del 2015 e n. 92 del 2013 della Consulta), ovvero giustificata da una inderogabile esigenza (sentenza n. 349 del 1985)».

Tutti questi requisiti sembrano essere assenti nella Pdl del governo gialloverde. Nel progetto che dovrebbe essere discusso, e che nelle intenzioni dei proponenti si riferiva al ricalcolo degli assegni secondo il metodo contributivo, è sparito ogni accenno a questo fattore, tant’è che per i trattamenti con decorrenza anteriore alla data del 1° gennaio 2019 le quote retributive sono ridotte alla risultante del rapporto tra il coefficiente di trasformazione vigente al momento del pensionamento relativo all’età dell’assicurato alla medesima data e il coefficiente di trasformazione corrispondente all’età riportata nella tabella A allegata alla legge per ciascun anno di decorrenza della pensione.

A parere di Cassola, che condivido pienamente, è questa una delle più gravi causa di illegittimità. L’età riportata nella suddetta tabella indica requisiti diversi da quelli vigenti al momento del pensionamento. In sostanza, viene effettuata una riforma dell’età pensionabile ora per allora. Stante l’attuale testo, sarebbero poi colpiti dalla rideterminazione persone che sono state costrette ad andare in pensione (pensiamo ai pubblici dipendenti collocati a riposo a discrezione delle amministrazioni al compimento dei requisiti per l’anzianità, al personale diplomatico che, se ha prestato servizio in sedi disagiate, è collocato a riposo a 65 anni).

Adesso Di Maio afferma che si terrà conto dei contributi effettivamente versati dai pensionati, ma anche in merito a quest’ipotesi, nel corso delle audizioni alla Commissione lavoro della Camera, i rappresentanti dei dirigenti pensionati hanno fatto sentire la loro voce. Ed hanno esposto argomenti incontrovertibili a sostegno dell’incostituzionalità della proposta. Argomenti che abbiamo più volte riportati e che si possono riassumere nei concetti seguenti:  questa Pdl, qualora fosse trasformata in decreto-legge, sarebbe incostituzionale anche ai sensi dell’art. 53 c.1 della Carta in quanto discrimina, a parità di capacità contributiva, lavoratori dipendenti e pensionati (sentenze della Consulta 120/72 e 42/80). Se il Paese è in difficoltà, le risorse vanno raccolte tramite la leva fiscale, proporzionale per tutti i cittadini, senza penalizzare solo chi riceve una pensione elevata, che è stato già sacrificato con contributi eccezionalì e limitati nel tempo, perché i sacrifici debbono essere richiesti anche ai lavoratori attivi e ai cittadini con uguali introiti.

Queste osservazioni danno l’idea del pressappochismo e del dilettantismo, oltre che dell’arroganza, di chi propone misure di questo genere, con la pretesa di favorire l’equità generazionale, che consisterebbe nel togliere a chi ha lavorato, pagato contributi e tasse per tutta una vita, per regalare un’esistenza di dolce far niente ai fannulloni ed evasori che hanno votato in massa il M5S.

Così come è avvenuto per i tagli alla perequazione tutti gli interessati stanno affilando le armi per ricorrere contro i provvedimenti annunciati. Se questo è il Governo del cambiamento sarebbe meglio prendere un’altra strada, anche se purtroppo non si vedono molte alternative valide all’orizzonte, visto lo stato penoso delle opposizioni.


Paolo Padoin

Già Prefetto di Firenze Mail

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