Taglio pensioni, convegno in Cassazione: il non lavoro nuovo valore fondante dello Stato gialloverde

Un convegno di altissimo livello in Cassazione sulle pensioni ha fatto luce, dal punto di vista giurisprudenziale e giuridico, sul taglio delle pensioni. Mala tempora currunt per Di Maio e i suoi sodali. L’intervento di Corrado Calabrò, magistrato, già presidente di Agcom dal 2005 al 2012, è stato impietoso: la manovra del Governo Conte, che anticipa l’età pensionabile e che pensa di imporre un pesante prelievo sulla retribuzione differita costituita dai contributi di chi ha lavorato per diversi decenni, contraddice il principio cardine della nostra Costituzione sancito nell’articolo 1 per il quale la Repubblica è fondata sul lavoro. Il lavoro, invece, diventa un disvalore a vantaggio del non lavoro. Il non lavoro è il nuovo valore fondante dello Stato. lascio la parola a Calabrò, un intervento lungo e articolato che merità però di essere letto tutto e attentamente:
«Parte della nostra retribuzione è stata accantonata per esserci erogata dopo il collocamento a riposo. Sia sulla parte pagata in servizio che su quella corrisposta dopo paghiamo le imposte; imposte elevate che possono arrivare al dimezzamento di quanto percepito. Questo è vero anche per il periodo in cui vigeva il sistema retributivo, nel quale c’era una valorizzazione dello stipendio percepito negli ultimi anni. Ancor più vero per il sistema contributivo, in cui sono esclusivamente i nostri contributi -vale a dire i nostri versamenti al sistema pensionistico- a costituire l’accantonamento. Ma questo sistema così saldo e coerente è stato scardinato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 173/2016 che ha ritenuto che il diritto sulle somme accantonate, di nostra spettanza, andasse contemperato e bilanciato con altri principi; in specie con quello di solidarietà. Quello e quello solo sarebbe suscettibile di decurtazione tra i diritti patrimoniali, compresi quelli più indicativi di una situazione di agiatezza.
Ero all’Ufficio legislativo del Ministero del lavoro negli anni ’50 quando è stato rifondato il sistema pensionistico; ed ero Capo di Gabinetto al Ministero del bilancio nel 1995, quando quel sistema è stato riformato. Farò quindi una rapida carrellata. Quando, negli anni 50′, il sistema pensionistico venne rifondato, la gestione era in attivo, perché a fronte dell’afflusso di contributi le pensioni erogate erano poche. Vi era, anzi, un eccesso di liquidità che poté essere utilizzato da Fanfani per il programma di costruzioni INA Casa.
Nei decenni successivi la tendenza lentamente s’invertì, accentuandosi per un’improvvida legge che consentì ai pubblici impiegati di andare in pensione dopo 15 anni, sei mesi e un giorno di servizio, prescindendo dall’età anagrafica e regalando per di più due promozioni. Si abbattevano così due capisaldi del sistema pensionistico: durata dell’attività lavorativa, e quindi anni di contributi versati, ed età anagrafica in cui si cessava dal lavoro. Era un provvedimento anomalo e una tantum, limitato a una finestra temporale che subito dopo sarebbe stata chiusa, ma che ha ugualmente inciso negativamente nel sistema. Non meno grave era la deroga al limite di età.
I pubblici impiegati andavano allora in pensione a 65 anni: era questo il fattore che temperava gli effetti del sistema retributivo, allora vigente, sotto due aspetti: perché all’anzianità erano generalmente correlati i contributi versati e perché quanto più anziani si va in pensione tanto meno numerosi sono gli anni in cui la pensione viene erogata. Il provvedimento, quindi, era aberrante e si giurò che non si sarebbe mai più ripetuto. Negli anni successivi comunque lo squilibrio del sistema previdenziale si accentuò, anche perché aggravato dalle prestazioni assistenziali. E’ elevatissimo e incontrollato il numero delle pensioni d’invalidità che vengono corrisposte in Italia, inquinando il sistema pensionistico vero e proprio.
Negli anni 90′ si rese così indispensabile intervenire, trasformando il sistema retributivo in contributivo e fissando una soglia per il diritto alla corresponsione della pensione, determinata dalla somma degli anni di contribuzione e degli anni di età. Per il personale in servizio il passaggio al contributivo era modulatamente differito in relazione agli anni di servizio prestati (più o meno di 18), salvaguardando così quanto capitalizzato fino a quella data col sistema retributivo in base al principio della retribuzione differita. Secondo i calcoli attuariali la cifra soglia avrebbe dovuto essere fissata, all’epoca, a 100. Ma la Lega Nord si oppose e la CGIL minacciò lo sciopero generale. Ci fermammo così a 95, ma con l’impegno a passare entro 3 anni a livello 100 e di adeguare poi questo livello alle accresciute aspettative di durata della vita. Malgrado ciò e malgrado che all’elaborazione del provvedimento avesse collaborato in maniera importante l’esperto prof. Brambilla, la Lega Nord contestò il provvedimento fino al punto di far venire meno la fiducia al Governo Berlusconi. Ma perché per la Lega Nord è così importante l’anticipo dell’età pensionabile?
Il fatto è che molti lavoratori dipendenti, al Nord, anelano a mettersi in proprio il più presto possibile, e comunque in un’età giovanile che gli consenta di svolgere proficuamente un’attività di piccoli imprenditori, negozianti, agricoltori, artigiani, avendo già assicurato un reddito sufficiente con la pensione. Con la possibilità, per di più, di eludere le imposte nella nuova attività. Per effetto della modifica della legge Fornero prevista dal provvedimento approvato nelle scorse settimane dal Consiglio dei Ministri, il costo di questo beneficio per il bilancio dello Stato è di 7 – 8 miliardi all’anno ed è considerato dall’UE il principale fattore di squilibrio strutturale, insieme al debito pubblico.
Non è vero quindi che il finanziamento del sistema previdenziale non sia intercomunicante con la fiscalità generale, come affermato nella sentenza Morelli n. 173/2016 della Corte Costituzionale. Il contributo di solidarietà è un surrogato del finanziamento a carico del bilancio dello Stato. Un surrogato ancora più iniquo quando mira a sovvenire a misure di elargizione sconsiderate che pongono un fardello molto gravoso sulle spalle dei nostri figli e nipoti e squinternano i conti dell’INPS (oltre 130 miliardi secondo il presidente dell’INPS Boeri). Nessun intervento una tantum di pretesa solidarietà potrà rimettere in sesto quei conti, dove già tutte le gestioni sono in deficit, tranne quella dei magistrati. Nel leggere la sentenza Morelli sono rimasto disturbato nel vedere riportata, nella parte narrativa, l’espressione “pensioni d’oro” con riferimento alle nostre pensioni, costituite dai nostri versamenti».
In questo modo non viene solo espropriato l’accantonamento costituito con la retribuzione differita, qui viene proprio negato il fondamento costituzionale su cui poggia lo Stato. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, afferma l’art. 1 della nostra Costituzione.
E prosegue condannando la senten za della Consulta e il disegno di legge Molinari – D’Uva: «La Corte Costituzionale, con l’infausta sentenza n. 173/2016, ha avallato un contributo del 18%, per tre anni, in patente elusione dei principi affermati nella propria precedente sentenza n. 116 del 2013, e con solo la foglia di fico che fosse un contributo una tantum. Ma bisognerà soprattutto tenere gli occhi aperti. Non sappiamo cosa potrà succedere in Parlamento nel corso dell’esame del disegno di legge. Tanto più che la decurtazione della pensione diventerebbe a regime, superando la condizione della temporaneità posta dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 173/2016 con la considerazione che la situazione di crisi del sistema pensionistico non è transitoria ma permanente. E certo che è permanente e tanto più grave diventa quando si adottano misure irrazionali quale è quella della diminuzione dell’età pensionabile! Chi ha lavorato di più dovrà pagare anche per coloro che scelgono volontariamente di lavorare un minor numero di anni! »
Un’ingiustizia e un’incostituzionalità patente, non possiamo che sottoscrivere pienamente il ragionamento e le osservazioni del magistrato (ex) Corrado Calabrò.
