La fine della Grande guerra: 4 novembre 1918. La storia riscritta cent’anni dopo

di Sandro Bennucci - - Approfondimento, Cronaca, Cultura, Eventi, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento, Politica

I miei nonni intonavano la «Canzone del Piave» e avevano le lacrime agli occhi: ricordavano i fanti (ragazzi del ’99 e non solo) falciati dalla mitraglia appena saltati fuori dalle trincee. Oggi leggo qualche spiritoso che, via web, fa sapere che la battaglia di Vittorio Veneto, l’ultima, quella decisiva, non ci sarebbe mai stata. Invece venne combattuta: e costò  ventimila morti. Dite che non mi devo scandalizzare dal momento che viviamo in un Paese guidato da un governo nato e cresciuto su una piattaforma digitale? Invece proprio per questo credo che si debba combattere l’ignoranza, di chi ignora o di chi vuole ignorare, ricordando le verità della Grande Guerra, a cent’anni esatti dalla fine: il 4 novembre. Era il 1918. Un secolo è passato da quella che lo storico Hermann Sudermann definì «la più gigantesca imbecillità che il genere umano abbia compiuto dal tempo delle Crociate». Non manca poi chi la definisce l’unica vittoria bellica italiana, costata seicentocinquantamila morti, nonché dieci milioni di perdite a livello mondiale.

BOLLETTINO DELLA VITTORIA – Gli ultimi caduti italiani furono due sottufficiali di 18 anni, sì due ragazzi del ’99. Morti nelle ultime ore di guerra. O forse addirittura ad armistizio già firmato.  I giornali del giorno dopo annunciavano la sconfitta degli Austriaci: «Sfacelo totale dell’esercito austriaco. 300 mila prigionieri e 5000 cannoni catturati. Le ostilità cessate alle ore 3 del pomeriggio del 4 novembre». A seguire, il Bollettino della Vittoria, col tocco finale destinato a passare alla storia: «I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Firmato Diaz».  Alcuni collaboratori aiutarono il generale Armando Diaz a trovare le parole da affidare ai posteri. Tra loro c’era Ferruccio Parri, giovane ufficiale piemontese che sarebbe stato il primo presidente del Consiglio nell’Italia libera del secondo dopoguerra. E c’era l’ufficiale toscano Giovanni Gronchi che sarebbe diventato nel 1955 Presidente della Repubblica. Tutta la classe dirigente che avrebbe governato l’Italia nei successivi sessant’anni era al fronte, coinvolta nella Grande Guerra. Fra i tanti, politici come Mussolini, Nenni, Togliatti, Pertini. Intellettuali come Montale e Ungaretti. Religiosi come Angelo Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII.

VITTORIO VENETO – Diaz e gli ufficiali del comando supremo avevano impiegato molto tempo per stendere il Bollettino e per mettere in evidenza l’importanza della battaglia finale di Vittorio Veneto. Pare che Diaz non sapesse nemmeno dove cercare sulla mappa Vittorio Veneto, che si chiamava già così e la battaglia dell’autunno 1918 non c’entra niente col nome. Indro Montanelli racconta che Diaz se ne stava con la faccia appiccicata a un’enorme carta geografica del Veneto, la guardava con occhi miopi, si aiutava con una grossa lente d’ingrandimento. Dopo averla più volte percorsa inutilmente, si voltò verso Parri e, in napoletano, mormorò: «Ma ‘sto Vittorio Veneto addò cazzo sta?». Effettivamente non era la frase giusta per passare alla storia, gli ufficiali più colti dovettero fare salti mortali. Quello che Diaz non avrebbe mai pensato è che la sua firma sul Bollettino della Vittoria avrebbe dato il nome a migliaia di nuovi italiani. Firmato fu preso per il nome del generale e allo stato civile, nell’euforia di quei giorni, migliaia di italiani chiamarono i loro figli proprio così.La Chiesa non si oppose perchè un san Firmato esiste e si festeggia il 5 ottobre. Del resto, quella dei nomi è una moda. In tempi di affermazione della tv un tale battezzò il figlio Monoscopio. In fondo, Firmato aveva un suo fascino.

SARAJEVO – Come si arrivò alla guerra? Nel 1914 nulla poteva evitarla. A causa di un eccezionale sviluppo industriale erano a disposizione di quasi tutte le nazione europee grandissime quantità di armi micidiali e di flotte militari. Francia e Inghilterra volevano bloccare l’espansionismo tedesco e la sua crescente, inarrestabile egemonia industriale e scientifica. La Francia voleva la rivincita dopo i fatti d’arme del 1870 e voleva riprendersi l’Alsazia e la Lorena. L’Austria e la Russia speravano di risolvere le loro difficoltà con una politica estera particolarmente aggressiva ed espansionistica.

L'attentato di SarajevoLa scintilla della guerra scoccò il 28 giugno 1914, a Sarajevo. In un attentato persero la vita il granduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e la consorte. L’Austria decise unilateralmente di considerare la Serbia responsabile dell’attentato perché essa dava rifugio agli indipendentisti slavi. Si voleva dare un buon esempio di severità a tutti i popoli dell’impero e di porre termine ai numerosi moti rivoluzionari e sovversivi della penisola balcanica, riducendo praticamente al silenzio la Serbia. I generali Austriaci prevedevano una rapida e semplice campagna militare priva di ostacoli significativi. La Germania sognava la formazione di un grande stato formato da tutte le nazioni di lingua tedesca. L’impero Russo, a sua volta, ambiva a riunire sotto di sé tutti i popoli di lingua slava, quindi scese in campo in aiuto della Serbia ordinando la mobilitazione del proprio esercito. Appena l’Austria dichiarò guerra alla Serbia fu messo in moto l’automatismo delle alleanze e delle mobilitazioni: in pochi giorni ebbero luogo le dichiarazioni di guerra.

ITALIA – A fianco di Germania e Austria si schierarono Turchia e Bulgaria, il Giappone e la Romania si schierarono a fianco della Triplice Intesa. Soltanto l’Italia di Giolitti mantenne la calma: la Triplice Alleanza era un patto difensivo, e siccome Austria e Germania non erano state aggredite, ma avevano dichiarato guerra per prime, l’Italia sostenne di non avere alcun obbligo di schierarsi al loro fiancoGiolitti, che poco tempo prima aveva lasciato la presidenza del consiglio, si era impegnato per mantenere la neutralità italiana. Ma i maggiori quotidiani italiani cavalcavano le tesi dei nazionalisti e attaccavano in maniera violenta i neutralisti fino a definire traditore Giolitti. Molte manifestazioni di piazza si svolgevano a favore della guerra e molti interventisti tra cui Gabriele D’Annunzio vi pronunciavano infuocati discorsi patriottici. Nel mese di aprile 1915 il governo italiano firmò a Londra un patto segreto nel quale l’Italia s’impegnava ad entrare in guerra con Francia e Inghilterra. I giornali sottovalutavano i costi e le conseguenze della guerra.

CADORNA – Nel gennaio del 1917, lo spostamento di ingenti forze tedesche dal fronte russo fu possibile in seguito al crollo del regime zarista. Gli Imperi Centrali misero in campo 15 divisioni riunite nella 14a armata al comando del generale tedesco von Below. Cadorna e il suo stato maggiore non vollero prendere in considerazione una lunga serie di indizi e informazioni che facevano presupporre l’avvicinarsi di una grossa offensiva e quando nel mattino del 24 ottobre 1917 l’avversario attacco’ nel settore dell’alto Isonzo tra Plezzo e Tolmino la sorpresa fu totale. Grazie anche all’uso dei gas e a nuove tattiche di infiltrazione con reparti d’assalto molto ben addestrati, le linee di difesa italiane furono aggirate, le retrovie sconvolte, le linee di comunicazione telefoniche interrotte, impedendo fra l’altro il fuoco d’appoggio delle artiglierie. La desolazione dopo CaporettoNonostante episodi di valore come quelli della cavalleria a Pozzuolo del Friuli, il crollo del fronte italiano, soprattutto di quello tenuto dalla 2a armata di Luigi Capello, fu generale. Carenze nell’azione di comando, cedimento del morale dei soldati contribuirono alto sfaldamento del fronte. Centinaia di migliaia di uomini, e di civili terrorizzati, iniziarono a ripiegare in disordine verso ovest, prima sul Tagliamento, poi sul Piave, dove nel frattempo era stata allestita una linea provvisoria di difesa.

DIAZ – Il 9 novembre gli ultimi reparti di retroguardia passarono sulla riva destra del fiume e i ponti vennero fatti saltare. Nello stesso giorno Cadorna fu sostituito da Armando Diaz nella carica di capo di stato maggiore dell’esercito. Alla guida del governo Paolo Boselli fu sostituito da Vittorio Emanuele Orlando. La rotta di Caporetto provocò nelle file italiane 10.000 morti, 30.000 feriti e 265.000 prigionieri, la perdita di circa 5.000 pezzi d’artiglieria, 300.000 fucili, 3.000 mitragliatrici oltre ad enormi quantitativi di materiali abbandonati o distrutti. Da aggiungere i gravi problemi provocati dalle decine di migliaia di sbandati affluiti nelle retrovie. La reazione del paese di fronte al disastro, il più grave della storia militare italiana, e al rischio di un’invasione di tutta la pianura padana da est e da nord, fu immediata e grazie anche all’appoggio degli alleati, che iniziarono a far affluire truppe a partire dal 30 ottobre, il nuovo comando supremo riprese il controllo della situazione.

 

Vittorio Emanuele OrlandoPIAVE – Nei primi mesi del 1918 il nuovo capo del governo italiano Vittorio Emanuele Orlando e il nuovo capo di stato maggiore Armando Diaz proseguirono nell’opera di razionalizzazione della produzione bellica e nella riorganizzazione dell’esercito, attuando una più stretta collaborazione con gli alleati dell’Intesa. Vennero chiamati alle armi i 18enni, quelli che diverranno i leggendari ragazzi del ’99. Il 15 giugno gli austriaci iniziarono l’offensiva su tutto il fronte. Nel settore di Asiago e sul Grappa furono contenuti, ma sul Piave sfondarono le linee italiane in vari punti. Nel complesso, la battaglia del Solstizio, o del Piave, costò agli austriaci 150.000 uomini contro 80.000, facendo svanire definitivamente per le armate della duplice monarchia ogni possibilità di vittoria. Il 24 ottobre iniziò l’offensiva finale italiana. La firma dell'armistizio a Villa GiustiGli attacchi furono concentrati sul Montello e sul Grappa, per dividere le forze austriache del Trentino da quelle del Piave. In questo settore l’avversario fu costretto a ritirarsi verso Vittorio Veneto a partire dal 29. A nord Rovereto fu raggiunta il 2 novembre e Trento il giorno dopo, così come Trieste ad est. L’armistizio tra Italia e Austria-Ungheria venne firmato il 3 novembre a Villa Giusti, presso Padova. E alle ore 15 del 4 novembre 1918 le ostilità su tutto il fronte italiano ebbero finalmente termine. La notizia arrivò attraverso il Bollettino della Vittoria. Firmato Diaz.

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Sandro Bennucci

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