L'analisi puntuale dell'Ufficio studi

Tasse: con le nuove regole ridotto l’aggravio, ma non per i lavoratori dipendenti. Lo studio dei dottori commercialisti

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Politica

ROMA – Il Messaggero ci informa dei risultati di un interessante studio dei dottori commercialisti. La Flat tax è stato uno dei capisaldi della campagna elettorale della Lega, ma per il momento il progetto, che doveva riguardare la generalità dei lavoratori, è stato rimandato a data da destinarsi per ragioni di contenimento della spesa. Così il governo Conte ha lanciato un’operazione meno ambiziosa optando per un ampliamento del regime forfettario e di quello dei minimi: nulla a che vedere con la vera Flat tax, che prevede un’aliquota unica sui redditi di imprese e famiglie. Ma comunque un primo passo per ridurre le imposte, a cominciare dalle partite Iva. Il risultato è senza dubbio gratificante per professionisti e a autonomi ma, nell’attesa che le tasse vengano ridotte anche ai dipendenti, i genera ingiuste disuguaglianze con quei contribuenti che, guadagnando le stesse somme, non possono fruire dei vantaggi.

Le differenze possono arrivare anche a 10 mila euro netti l’anno, più di 800 al mese, guadagnando lo stesso lordo. In poche parole, come mostrano le simulazioni realizzate dall’Ufficio studi del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, la riforma inserita in manovra rischia di alterare il principio della progressività del sistema producendo sperequazioni. «A redditi complessivi uguali si applicano prelievi sempre più diversi e seconda delle tipologie di reddito», sintetizza l’ex viceministro dell’Economia, Enrico Zanetti. Nel dettaglio, la manovra ha ridotto al 15% il prelievo forfettario per le partite con redditi inferiori a 65 mila euro. Mentre al di sopra di questa cifra e fino a 100 mila euro, ma solo a partire dal 2020, l’aliquota sale al 20%. I beneficiari dovrebbero essere 1,5 milioni di soggetti, considerato che il prelievo del 15% attualmente viene applicato a oltre 800 mila partite Iva che hanno ricavi da 25 mila a 50 mila euro a seconda della categoria di attività esercitata.

Confrontando alcune tipologie di lavoratori, le differenze si vedono. Con un reddito annuo lordo di 40 mila euro, un lavoratore dipendente sottoposto ad aliquota ordinaria Irpef si ritrova in tasca un reddito netto di 25.922 euro. Nelle stesse condizioni un autonomo, dopo aver pagato le tasse con la Flat tax al 15% e senza costi di struttura, potrà vantare un reddito netto di 26.820 euro. Tra i due soggetti c’è dunque una differenza di 898 euro in favore di quest’ultimo. Ancora più marcata la forbice se a pagare la Flat tax è un libero professionista privo di costi di struttura. A quota 40 mila euro lordi, il prelievo sarà così morbido da lasciargli tra le mani 31.240 euro. Come a dire. una differenza di ben 5.318 euro, ovvero uno scarto del 13% di imposte in meno. Non meno significative le differenze a quota 60 mila euro di reddito. A quel livello di reddito un lavoratore dipendente, sottratte le tasse, gode di una somma netta che si ferma a 36.047 euro, mentre un autonomo sale fino a 40.230 e un libero professionista addirittura a 46.840 euro.

L’effetto distorsivo è ovviamente molto più attenuato scorrendo verso il basso lungo la curva dei redditi, in quanto la no tax area opera distinzioni tra pensionati (che non pagano tasse fino a 8.124 euro), dipendenti (no tax area a quota 8 mila) e autonomi (no tax area a 4.800 euro). Ma i calcoli dei commercialisti mostrano che già a quota 20 mila euro lordi un libero professionista, passando al regime di Flat tax al 15%, risparmierà ben 1.865 euro di tasse, mentre un autonomo godrà di un taglio secco di 1.485 euro. Occorre comunque ricordare che il via libera alla nuova Flat tax è subordinato all’ok di Bruxelles in quanto l’imposta è associata al regime Iva che dipende dalla giurisdizione Ue. E per evitare rilievi, il governo ha fissato alcuni paletti per evitare abusi. Ad esempio, non potrà aderire al regime semplificato chi svolge l’attività autonoma o d’impresa nei confronti del proprio datore di lavoro o di un soggetto ad esso riconducibile.

 

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