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Sea Watch: le motivazioni della Gip demoliscono le accuse della Procura più che i decreti Salvini. E beatificano la Carola e le Ong

AGRIGENTO – La sentenza della giudice agrigentina che ha liberato la Carola, più che spazzare via le leggi salviniane, ritenute non applicabili (ma allora che ci stanno a fare le leggi approvate dal parlamento se poi qualsiasi giudice può disapplicarle autonomamente?), ha attuato scientemente una demolizione delle accuse rivolte alla comandante non dal bieco e reazionario (così ritenuto dalle sinistre) ministro, ma dalla procura agrigentina. Evidentemente sono state ritenute più fondate le tesi della difesa della Carola e le richieste dei buonisti nazionali e internazionali e degli Stati contrari al Governo italiano. Quando in Italia non governa la sinistra sono cose che succedono di frequente.

ATTRACCO – L’attracco della Carola era stato ritenuto dalla Procura una manovra che aveva messo in pericolo l’incolumità della motovedetta e non era giustificato da nessuno stato di necessità. Ebbene la giudice Vella controbatte invece che «l’attracco da parte della Sea Watch alla banchina del porto di Lampedusa, che era già da due giorni in acque territoriali, appare conforme al testo unico sull’immigrazione nella parte in cui fa obbligo al capitano e alle autorità nazionali indistintamente si prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera». Ma dallo svolgimento obiettivo delle vicenda gli stranieri, come li definisce la Vella, erano stati rintracciati in acque territoriali libiche, non al passaggio della nostra frontiera.

SOCCORSO – «Il dovere di soccorso dei naufraghi non si esaurisce con la mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione al porto sicuro più vicino». Che in ogni caso è ritenuto Lampedusa. Escludere i porti libici può anche essere giustificato, ma non certo quelli della Tunisia.

DECRETI SICUREZZA – «Ritiene questo giudice che nessuna idoneità a comprimere gli obblighi gravanti sul capitano della Sea Watch 3, oltre che delle autorità nazionali, potevano rivestire le direttive ministeriali in materia di ‘porti chiusi’ o il provvedimento del ministro degli Interni di concerto con il ministero della Difesa e delle Infrastrutture che faceva divieto di ingresso, transito e sosta alla nave, nel mare nazionale, trattandosi peraltro solo di divieto sanzionato da sanzione amministrativa». Giudizio del tutto personale, visto che la Procura aveva basato le sue accuse proprio su questa normativa.

MOTOVEDETTA – «Le navi della Guardia di Finanza sono considerate navi da guerra solo quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare». Così scrive la gip Alessandra Vella nel provvedimento con il quale è stata liberata Carola Rackete. «Nella fattispecie – dice il giudice – la nave della Guardia di Finanza ha operato al contrario operava in acque territoriali, all’interno del porto di Lampedusa». La violazione degli ordini della nave da guerra erano uno dei capisaldi dell’accusa rivolta dalla Procura.

Dunque da quanto esposto si trae la conclusione che obiettivamente la nostra giustizia viene amministrata (non sempre, per fortuna) in base a convinzioni personali, anche politiche, e che esistono nelle fattispecie più eclatanti dal piunto di vista politico, come questa, diversità d’interpretazione delle stesse norma fra magistrati dello stesso distretto, una situazione d’incertezza che dovrebbe essere risolta alla radice con una riforma del sistema giustizia, non del sistema amministrativo, ma della magistratura.


Paolo Padoin

Già Prefetto di Firenze Mail

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