Firenze, giornata della memoria 2020: cerimonia al binario 16. E 7mila studenti al Mandela Forum

La cerimonia al binario 16 della stazione di Santa Maria Novella

FIRENZE – In occasione della giornata della memoria, 27 gennaio 2020, tante le deposizioni di corone ai monumenti e alle lapidi che ricordano i Caduti deportati nei campi di sterminio. A Firenze, alle 11,30, autorità civili, militari e religiose, rappresentanti di Enti e Uffici e numerosi cittadini si sono dati convegno alla testata del binario 16 nella stazione di Santa Maria Novella, da dove partivano i treni per Auschwitz e Birkenau. Accanto a bandiere e labari dell’associazione nazionale dei deportati politici nei campi nazisti, dell’associazione vittime civili di guerra e dell’Anpi,  il gonfalone cittadino scortato dalla Famiglia di Palazzo, le cui chiarine hanno dato il via alla cerimonia e suonato il silenzio d’ordinanza.

Dario Nardella, nel suo saluto di ringraziamento ai presenti, ha ricordato commosso i 300 fiorentini di religione ebraica- tra cui 8 bambini – che nel novembre 1943 e nel giugno del ’44 furono  ammassati su vagoni piombati con destinazione Auschwitz. Ne sarebbero ritornati solamente  in 15, segnati da sofferenze disumane. Vicino alla corona di alloro deposta da due Agenti della Polizia Municipale in uniforme di rappresentanza, giacevano due scarpette rosse con a fianco la toccante, omonima  poesia, della scrittrice fiorentina Joyce Lussu; «C’è un paio di scarpette rosse numero ventiquattro quasi nuove : sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica Schulze Monaco…per la domenica a Buchenwald…perché i piedini dei bambini morti non consumano le suole…». Una iniziativa  della Scuola Secondaria  di primo grado Giovanni della Casa, di Borgo San Lorenzo. Per non dimenticare.

Quindi manifestazione con settemila studenti al Mandela Forum. «Noi tutti siamo dei piccoli Hitler, Mussolini e Milosevic», dice Irvin Mujcic, fuggito a cinque anni dalla guerra in Bosnia, alle porte dell’Italia, e sopravvissuto al massacro di Srebrenica del 1995, che interruppe allora bruscamente l’esistenza di 8.372 musulmani bosniaci. Di fronte ed attorno a lui i settemila ragazzi del Mandela Forum di Firenze, studenti delle scuole superiori di tutta la Toscana, centocinquanta universitari e trecento ragazzi delle medie fiorentine. Lì, tutti assieme come accade ogni due anni, per ricordare il giorno della memoria. Per guardare al passato ma anche al presente. Per ascoltare testimoni e sopravvissuti dello sterminio di cui ottanta anni fa i nazisti ma anche i
fascisti furono colpevoli: in silenzio per quattro ore, sempre concentrati, il volto tirato a tradire emozione e partecipazione, pronti ad applaudire
quando chi racconta si interrompe per il dolore e la commozione che torna ad agitare l’animo.

La frase di Irvin è pesante e taglia l’aria. Ma il senso è chiaro: è un richiamo ad una responsabilità diffusa e condivisa sui destini e il futuro del nostro pianeta, è un po’ come dire che siamo un po’ tutti arroganti ed egoisti e quindi responsabili, come responsabili furono negli anni Trenta e Quaranta, quanti si chiusero nell’indifferenza e stettero in silenzio di fronte alle prime esclusioni e rastrellamenti. Non ci sono insomma alibi per sfilarci via. Ma la memoria non può neppure essere odio, vendetta e turismo della morte. Per questo Irvin a Sebrenica, dove il padre e lo zio sono scomparsi in una fossa comune, è tornato, molti anni dopo, e lì ha deciso di dar vita ad un progetto di pace e di riflessione dedicato ai giovani, per difendere non solo una città ma un ideale di convivenza. E’ lo stesso motivo per cui non trovi rancore nelle parole dei testimoni dello Shoah.

«Non ho mai odiato i tedeschi ma sicuramente ne avevo paura – confessa Tatiana Bucci, sopravvissuta con la sorella Andra ad Auschwitz e Birkenau –
Poi ad un certo momento ho capito che i tedeschi non erano solo i nazisti». E non c’è odio neppure in chi, come rom e sinti, patisce oggi ancora esclusione e razzismo. Nel 1945 tutte le nazioni dissero mai più. Ma altre guerre ci sono state ed anche altri stermini si sono consumati. La memoria, si ripete sul
palco, serve a capire se oggi ci sono ancora percorsi come quelli che condussero ad Auschwitz. E’ l’unico vaccino che può aiutare a sconfiggerli.

«Se fossi nata ai tempi del nazismo, sarei stata destinata allo sterminio – dice Eva – perché rappresento la minoranza più vasta in Europa costretta
alla fuga da sempre a causa di una politica persecutoria». Eva Rizzin, ricercatrice dell’università di Verona, è una sinti rom. «L’antiziganismo, come l’antisemitismo, è una delle forme più diffuse di razzismo in Europa e in Italia». Lo sappiamo, ma spesso facciamo finta di non accorgercene.

 

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Sergio Tinti

già Comandante Polizia Stradale della Toscana

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