Altra decisione politica della Corte orientata

Pensioni e contributi di solidarietà. La consulta fa politica e approva i tagli, pensionati beffati ancora

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

L’aula della Consulta, foto d’archivio

Con una sentenza tutt’altro che ispirata ai principi di corretta interpretazione del dettato costituzionale, ma piuttosto alla direttiva politica di tutelare il bilancio dello Stato a danno di diritti individuali di una categoria non protetta politicamente (i pensionati con assegni elevati), la Consulta ha realizzato il terzo scempio di quella Costituzione che soltanto Benigni e Napolitano definiscono la più bella del mondo. La Consulta ormai è orientata in tal modo con gli utlimi innesti di Napolitano e di Mattarella.

E’ accaduto così che la Corte, giudicando sul raffreddamento e sui tagli alle pensioni alte, ha deciso che si tratta di un intervento legittimo dello Stato, che va solo limitato ad ambito temporale di tre anni, quello del bilancio. Il premier Conte dalla bella pochette non può sforare questo orizzonte temporale neppure con i pieni poteri d’emergenza che si è arrogato, nel silenzio complice di Mattarella.

In altro articolo abbiamo riassunto quanto deciso dalla Consulta, in attesa di conoscere, a tempo debito (siamo proprio curiosi), le motivazioni. Ma facciamo un riepilogo delle pronunce della Corte,su questo tema, a partire dal 2013.

Il primo provvedimento governativo, che tagliava le pensioni alte, era riferito agli anni 2011-2013 ed era stato dichiarato incostituzionale nel giugno 2013 dalla stessa Corte con la restituzione del prelievo.Quel contributo di solidarietà era stato messo a punto tra il 2011 e il 2012, e riguardava le pensioni sopra i 90.000 euro (5% dalla quota superiore ai 90mila euro, il 10% di quella oltre i 150mila e il 15% della porzione posta sopra la quota dei 200mila). La Corte aveva stabilito che il prelievo era un tributo e rappresentava una decurtazione patrimoniale definitiva del trattamento pensionistico, con acquisizione al bilancio statale del relativo ammontare, e quindi era incostituzionale.

Il secondo contributo di solidarietà era stato introdotto nel 2014 dal governo Letta, con la legge di stabilità,  e aveva durata triennale. Si trattava di un prelievo sulle pensioni sopra i 91.000 euro,  e si attestava al 6% per le pensioni da 91 a 130mila euro, al 12% per quelle da 130 a 195, al 18% per quelle ancora superiori. Scadeva a dicembre 2016.

Anche allora, la Corte costituzionale  respinse le varie questioni di costituzionalità, perché ne escluse la natura tributaria. Non si trattava di una tassa introdotta per pochi, ma al contrario di un  contributo di solidarietà interno al circuito previdenziale, giustificato in via del tutto eccezionale dalla crisi contingente e grave del sistema e rispettoso del principio di progressività. Per i pensionati, inoltre, sarebbe stato un sacrificio sostenibile in quanto applicato solo sulle pensioni più elevate, da 14 a oltre 30 volte superiori alle pensioni minime. Si trattava però di una lesione grave dei diritti acquisiti, tanto che la stessa Consulta sostanzialmente affermò che un simile taglio non doveva ripetersi.

Adesso, con quest’ultima, contestata decisione, la Consulta sembra aver fatto un passo ulteriore per la compressione dei diritti acquisiti, legittimando un contributo il cui provento va non a implementare un fondo per le pensioni minime, ma quello, ad esempio, destinato a sostenere le pensioni e il reddito di cittadinanza, che si è scoperto concesso a pusher, drogati, ex terroristi, mafiosi e bella gente simile. Un bel capolavoro del Governo giallorosso autorizzato implicitamente dalla Consulta e dal silente Mattarella.

Vedremo quali saranno le reazioni degli interessati, ma temiamo che sia inutile anche un ulteriore ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo di Starsburgo, che in passato si è pronunciata in senso negativo in tema pressoché analogo, quello del taglio della perequazione per le pensioni. In definitiva dobbiamo amaramente constatare che non c’è un giudice a Roma, non c’è un giudice a Starsburgo, resta quello a Barlino, ma per noi è impossibile ricorrervi.

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Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
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