Difficile gestione di rapporti per il Premier

Governo Draghi: golden share, partiti in guerra. Salvini: «Al Senato Centrodestra è maggioranza. Superati Pd-M5S-Leu»

Mario Draghi con Giancarlo Giorgetti (Lega) e Luigi Di Maio (M5S)
ANSA/FABIO FRUSTACI

ROMA – Quindici senatori espulsi dal Moimento Cinque Stelle, ed ecco che Matteo Salvini rivendica la maggioranza al Centrodestra di Palazzo Madama: 118 senatori (Lega, Fi, Cambiamo) contro i 116 del Centrosinistra (Pd, M5S e Leu). Tutto questo pesa sul governo Draghi, che deve destreggiarsi non con una ma con più maggioranze. Ovviamente di orientamento diverso. E quei numeri vengono fati valere, da subito, nella partita per la nomina dei sottosegretari: Il Centrodestra avrebbe chiesto di ridurre la quota di deleghe al M5s. Ma sempre quei numeri peseranno soprattutto quando si dovranno votare le decisioni governative. E torna protagonista, manco a farlo apposta, Matteo Renzi: con i suoi 18 senatori pregusta un ruolo da ago della bilancia a Palazzo Madama.

EQUILIBRI – Il rischio? Che una guerra di trincea Centrodestra-Centrosinistra faccia vacillare la tregua dell’unità nazionale, tanto invocata, anche oggi alla Camera, da Mario Draghi. Zingaretti dice basta alla guerra delle bandierine da piazzare. Dichiara di parlare per sè, ma naturalmente spera di essere ascoltato anche da Salvini. Intanto si cerca di capire come vorrà fare, Mario Draghi, per gestire i rapporti nel governo e tra governo e partiti. Ma la formula contiana dei vertici con i capi delegazione sembra destinata a essere archiviata. Piuttosto è opinione comune che nei momenti delicati sarà Draghi a farsi carico di sentire i leader della maggioranza, senza vertici o cabine di regia (l’eccezione potrebbe essere il dossier Covid, che coinvolge nelle decisioni anche gli esperti). In Parlamento starà poi ai gruppi – e ai partiti – trovare un equilibrio. Agita ancora le acque la scelta di Pd, M5s e Leu al Senato di riunirsi in un intergruppo, che tanti malumori ha creato tra i Dem. «E’ stato un errore clamoroso, perché li ha schiacciati dentro una minoranza», osservano da Iv. Il riferimento, come detto, è al fatto che dopo il no alla fiducia di 15 senatori M5s, la somma dei tre gruppi fa 116 (110 se si sottraggono anche i sei astenuti), due in meno di Fi-Lega-Cambiamo.

SOTTOSEGRETARI – La partita più importante che si apre riguarda i 40 sottosegretari. Draghi, secondo alcuni, avrebbe voluto chiudere entro la settimana, ma i partiti dicono di essere ancora a una fase pre-istruttoria, probabile lo slittamento alla prossima settimana. Non manca chi vorrebbe chiamare in causa Mattarella, come arbitro, ma dal Colle precisano che il Presidente non si occupa di sottosegretari: la scelta compete al premier, i sottosegretari, del resto, giurano a Palazzo Chigi. L’orientamento che trapela, sarebbe quello di ridurre al massimo le figure tecniche, al massimo due o tre, e magari anche eliminare i viceministri: tutti sottosegretari pari grado. Ma l’incastro di quote e deleghe è complicato: qualche nervosismo crea l’ipotesi di assegnare le telecomunicazioni al ministero di Colao e non a quello di Giorgetti. E poi si discute di editoria, anche nella prospettiva delle prossime nomine dei vertici Rai. Quanto ai numeri, il M5s rivendica 14 sottosegretari, ma bisognerebbe sottrarne almeno 2, dopo la scissione, secondo il Centrodestra: Vito Crimi, prudentemente, si tira fuori, ma si citano Giancarlo Cancelleri (Mit), Stefano Buffagni, (Transizione ecologica), Laura Castelli (Mef), Barbara Floridia, senatrice siciliana, Carlo Sibilia (Interni). Alla Lega ne andrebbero otto o nove, con occhi puntati sul Viminale, dove potrebbero andare Nicola Molteni o Stefano Candiani e su nomi come Claudio Durigon o Massimiliano Romeo (potrebbe lasciare il gruppo al Senato a Gianmarco Centinaio). Al Pd sei o sette, con il nodo della quota donne (si citano Anna Ascani, Marina Sereni, Cecilia D’Elia), gli uomini potrebbero essere due (si fanno i nomi di Matteo Mauri all’Interno e Antonio Misiani all’Economia, ma ci potrebbe stare anche la conferma di Andrea Martella all’Editoria). A Forza Italia sei, con in prima fila Gilberto Pichetto Fratin all’Economia o Lucio Malan alla Giustizia. Italia Viva ne rivendica due, per Leu potrebbe esserci la conferma di Maria Cecilia Guerra all’Economia.

ELEZIONI AMMINISTRATIVE – Alla Camera, come detto, i numeri premiano il centrosinistra ma Salvini annuncia nuovi arrivi alla Lega e rivendica che al Senato il centrodestra è forza di maggioranza rispetto al Pd e 5 Stelle. Zingaretti, che lunedì ha visto “per la prima volta” Salvini proprio per provare a trovare un modo per convivere nella stessa maggioranza, ribatte che non ha senso sventolare numeri e piantare bandiere: ci vuole “coerenza” nel “difendere” l’azione del governo. Poi però aggiunge che un senso il patto con M5s e Leu ce l’ha: Lega, Fi e Fdi, divisi al governo, politicamente sono molto molto uniti, dice includendo anche Fdi. Senza fare blocco, osserva un dirigente Dem, si rischia di soccombere: la scissione M5s, che si prova fino all’ultimo a frenare, di sicuro indebolisce. Per non aumentare il tasso di conflittualità in maggioranza già avanza l’idea (sarebbe osteggiata però dalla Lega) di rinviare all’autunno le prossime amministrative, con in ballo comuni come Milano, Roma, Napoli, Torino.

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Sandro Bennucci

Direttore del Firenze Post
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