Uno studio di tre esperti

Contrasto migrazioni irregolari, dal 2015 Italia ha speso 1 miliardo di euro


ANSA/ELIO DESIDERIO

Un’interessante analisi sui problemi delle migrazioni in Europa, e in particolare in Italia, è stata pubblicata su Lavoce.info dove, in un articolo dal titolo «Quanto costa fermare gli sbarchi», Enrico Di Pasquale, Irene Solmone e Chiara Tronchin, esperti e ricercatori della Fondazione Moressa e dell’Università di Pavia, analizzano l’evolversi del fenomeno a partire dal 2015, anno della crisi dell’arrivo dei rifugiati in Europa.

Ecco quel che ci dicono i tre esperti: Secondo “The big Wall”, inchiesta di ActionAid sulla spesa per il contrasto all’immigrazione irregolare, dal 2015 a oggi l’Italia ha speso oltre un miliardo di euro (fondi propri o comunitari) per fermare gli sbarchi nel Mediterraneo. Rimangono però forti dubbi sull’efficacia e sull’efficienza di questa politica, peraltro condivisa da gran parte dei paesi Ue e, in qualche modo, dalla stessa Commissione.

La cosiddetta crisi dei rifugiati esplose in Europa nel 2015, quando complessivamente sbarcarono più di 1 milione di migranti (parte dei quali proseguì via terra, lungo la rotta balcanica). In risposta a quella situazione, la Commissione Juncker lanciò l’Agenda europea sulle migrazioni, volta a ridurre gli sbarchi e a mettere in sicurezza le frontiere esterne.

Nel novembre 2015, durante il vertice di Malta tra Unione europea e leader africani, fu messo a punto un sistema basato sull’utilizzo di diversi strumenti (tra cui, per esempio, la protezione in loco dei rifugiati, i rimpatri, il supporto alle forze di sicurezza), con l’obiettivo primario di ridurre le migrazioni dal continente africano.

Il ritmo di partenze dalla Libia non sembrò però ridursi, almeno fino al nuovo Memorandum tra Italia e Libia del 2017.

Nel frattempo, la strategia italiana in Libia ha seguito sempre di più il modello utilizzato dalla Spagna con i migranti provenienti dalla Mauritania nei primi anni Duemila. Un lavoro che si incentrava in particolare su quattro elementi: la costituzione di nuove forze di pattugliamento, il supporto ai centri di detenzione, la raccolta di dati sulle frontiere e il lavoro a ritroso lungo le rotte migratorie per bloccare il flusso fin dai paesi di origine.

Secondo il report di ActionAid, tra il 2015 e il 2020 l’Italia ha gestito complessivamente 317 linee di finanziamento, per un totale di 1,337 miliardi di euro, con fondi propri parzialmente cofinanziati dall’Ue. Il costo annuo della cosiddetta emergenza migranti è aumentato dagli 840 milioni di euro del 2011 ai 4,6 miliardi del 2018. In particolare i costi per il soccorso in mare sono aumentati da 249 milioni nel 2011 a 879 milioni nel 2018.

il Patto sulle migrazioni e l’asilo dell’Ue presentato a settembre 2020 sembra seguire la stessa linea: ha infatti al centro i rimpatri e la cooperazione con paesi terzi. Il bilancio dell’Ue 2021-2027 prevede 8,7 miliardi per il Fondo asilo e migrazione (Fami), contro 10,6 miliardi direttamente destinati alla gestione delle frontiere e all’agenzia Frontex. Senza considerare i costi dell’accordo con la Turchia, finalizzato alla chiusura della rotta del Mediterraneo orientale.

Bisognerebbe dunque ripensare l’approccio delle politiche migratorie, dal livello europeo fino a quello locale, introducendo meccanismi di valutazione di efficienza ed efficacia e definendo in maniera razionale le priorità, evitando di limitarsi a rincorrere le emergenze. Ma questa è una storia vecchia. Un esempio concreto ed eclatante di quest’attitudine, non soltanto per l’emergenza migranti, ma un po’ per tutte le emergenze, è fornito dall’Italia. Rincorriamo sempre le situazioni senza mai prevenirle, sia che si tratti di eventi naturali e ambientali o pandemie come nel caso del Covid-19 e dell’azione del Governo giallorosso. E non si può dire, in questi casi, che mal comune sia mezzo gaudio.

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KULANKA

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