Recovery: superbonus 2023 in manovra. Draghi convince Bruxelles. Il governo approva. Le cifre

La telefonata fra Mario Draghi e Ursula von der Leyen che ha dato il primo via libera di Bruxelles al Recovery plan italianoi da 200 miliardi di euro

ROMA – Una telefonata allunga la vita. E scioglie anche nodi difficili. E’ successo nel pomeriggio, quando Mario Draghi si è sentito con Ursula von der Leyen che ha dato il primo disco verde al Recovery plan italiano. Così, poco prima della mezzanotte fra sabato 24 e domenica 25 aprile 2021, il premier annuncia al Consiglio dei ministri l’intesa raggiunta con Bruxelles sul piano da oltre 200 miliardi da cui passa la ripartenza dell’Italia dopo la crisi peggiore del dopoguerra. E nella notte si sigla anche la pace sul Superbonus, con l’impegno del ministro dell’Economia, Daniele Franco, a valutare la proroga al 2023 a settembre con la manovra, quando il quadro sull’utilizzo dell’incentivo sarà più chiaro e si capirà anche se serviranno davvero risorse in più.

82 MILIARDI AL SUD – Al Sud andrà il 40% dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, in totale 82 miliardi. E’ quanto emerge al termine del Consiglio dei ministri, nel quale la ministra del Sud Mara Carfagna ha illustrato le linee di intervento e le relative cifre. Per la digitalizzazione arriveranno 14,58 mld (36,1% del totale), per la rivoluzione verde e transizione ecologica 23 mld (34,3%), per la mobilità sostenibile 14,53 mld (53,2%), per l’istruzione e ricerca 14,63 mld (45,7%), inclusione e coesione 8,81 mld (39,4%), per la salute circa 6 mld (35/37%).

TELEFONATA – Certo, non erano mancati batticuore e fibrillazioni politiche. Il consiglio dei ministri è slittato di 12 ore, ossia dalle 9,30 del mattino alle 21,30, quindi dal dopo colazione al dopo cena. Piano bloccato per tutto il giorno, tensioni dei partiti sul Superbonus e rilievi degli uffici di Bruxelles. Quindi la mossa vincente di Draghi, cioè la telefonata alla signora presidente Ursula con la quale dà la sua garanzia del cambio di passo per assicurare la messa a terra degli investimenti e, soprattutto, la realizzazione delle riforme. Tuttavia, Bruxelles fa sapere che servono ancora rifiniture, in particolare sui dossier fisco e business environment. Aspetti ancora marginali su cui la discussione continua, spiega il premier ai ministri dopo essersi scusato per il ritardo con cui è stata avviata la riunione.

TENSIONE – Nessuno avrebbe voluto una bocciatura, quindi è stato meglio verificare ogni capitolo e aggiungere dettagli, come l’impegno a presentare una delega sul fisco entro il 31 luglio 2021, partendo dal lavoro delle commissioni in Parlamento. Mentre il premier tirava le fila con la Commissione, a Roma i partiti erano sempre più in fibrillazione: si erano diffusi malumori, per quell’accenno a Quota 100 che non sarà rinnovata, per lo schema della governance ancora da definire sul fronte della regia politica. Ma anche per la lista delle cose che mancavano. L’opposizione di Fratelli d’Italia si era inserita e parlando di democrazia sospesa e accusando il governo di mancanza di informazioni. Mancavano meno di 48 ore dalle sedute parlamentari e il Recovery Plan non era stato ancora nemmeno pubblicato. Il Pd, tornava a sottolineare il segretario Enrico Letta, voleva un vincolo chiaro, nei contratti di appalto per i progetti del Recovery, che garantisca più occupazione per donne e giovani. Forza Italia confidava in un piano migliorato rispetto a quello di Conte ma al quale servivano correttivi su politica industriale, rigenerazione urbana, fondi per il Sud che non avrebbero dovuto essere meno del 40%”, come chiariva il coordinatore di Fi, Antonio Tajani. Il partito di Silvio Berlusconi si era affiancato al Movimento 5 Stelle anche nella battaglia più dura: quella sul Superbonus.

INCENTIVO 110% – Più moderato sul dossier – al contrario di quello sulle aperture – il profilo  assunto dalla Lega, che pure chiede di proseguire. Sulla proroga dell’incentivo al 110% per le ristrutturazioni green e antisismiche la bozza del Recovery è ambigua, si parlava di una proroga della misura introdotta a maggio scorso con il decreto Rilancio dal 2021 al 2023 ma le risorse – in tutto 18,5 miliardi tra Recovery e fondo extra – sono le stesse già previste dal vecchio piano di gennaio che però, di fatto, contemplava le estensioni già introdotte con la legge di Bilancio (scadenza a giugno 2022, per i condomini a fine del prossimo anno e allungamento fino a giugno 2023 solo per le case popolari). Lo reclamavano i costruttori, le imprese, le banche, lo chiedevano anche i Dem. E insorgeva il Movimento 5 stelle, cui non bastavano le rassicurazioni che le risorse per arrivare al 2023 saranno indicate con la prossima manovra, in autunno, date dal ministro dell’Economia Daniele Franco alla collega Mariastella Gelmini. Poi la telefonata di Draghi con Bruxelles. E il consiglio dei ministri ritardato. Con la notizia dell’intesa. Con quelle cifre che saranno portate al voto in Parlamento.

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Sandro Bennucci

Direttore del Firenze Post
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