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La bomba d’acqua si potrà prevedere. Dal supercomputer rivoluzione meteo. Ma è urgente mettere in sicurezza il territorio. E l’Arno

Bomba d’acqua

Si può prevedere una bomba d’acqua? Dall’Inghilterra, punto di riferimento da sempre della meteorologia, fanno sapere di esserci vicini. Attraverso un supercomputer. Ma la bomba d’acqua, anche se ragionevolmente annunciata, significa sempre catastrofe. Me ne accorsi 26 anni fa – giugno 1996, alluvione nell’Alta Versilia – quando la inventai, in senso giornalistico, in un titolo su La Nazione. Il primo al mondo, a quanto pare, sull’argomento. Anche i professori della Crusca mi hanno riconosciuto la paternità. Feci quell’articolo e quel titolo (“E’ stata una bomda d’acqua”) grazie al suggerimento di due scienziati: il compianto professor Giampiero Maracchi, climatologo e meteorologo del Cnr, e il professor Raffaello Nardi, all’epoca segretario delle Autorità di bacino di Arno e Serchio. Ci accorgemmo era successo qualcosa di più devastante rispetto all’alluvione di Firenze del 1966. Provbvocata da una pioggia incessante di 220 millimetri sull’intero bacino, nell’arco di una settimana. L’Alta Versilia, fazzoletto di terra in provincia di Lucca, fu invece sommersa da 476 millimetri d’acqua, ossia una pioggia violentissima e concentrata, caduta in poche ore. La prima, vera bomba d’acqua nella stroia delle meteorologia. Mi accorsi allora, dicevo, del potere devastante di una pioggia non più torrenziale, come si diceva una volta, ma addirittura distruttiva. Prende di mira un territorio e lo sconvolge, come un’arma con grande capacità di puntamento. Nel 2016 anche Firenze venne colpita da una bomba d’acqua, nella zona sud: nel lungarno Aldo Moro, dove c’è la sede Rai, allagamenti e alberi abbattuti. In piazza Beccaria solo una pioggerella. Fa male, ma non può stupire, quello che è accaduto nelle Marche. Frutto dell’incuria capace di sfociare nella dissolutezza. Anche politica.

SUPERCOMPUTER – Ma andiamo per ordine. Come, e quando, si potranno prevedere quelle piogge violente e concentrate che ribattezzai come bombe d’acqua. Serve una capacità di calcolo enorme per eventi estremi molto localizzati. E’ una capacità che i modelli utilizzati attualmente per le previsioni meteorologiche non hanno ancora, ma che a breve potrebbero trovare grazie al supporto di supercomputer e sistemi di intelligenza artificiale. Parla di “passi in avanti rivoluzionari”, il documento dell’Ufficio meteorologico britannico che descrive come apprendimento automatico e intelligenza artificiale aiuteranno le previsioni meteo da qui al 2027. E’ un cambiamento alle porte che potrebbe trovare terreno fertile anche nel nostro Paese: “l’Italia ha tutte le competenze necessarie in questo campo. Abbiamo il know-how, ma non le risorse”, ha detto il fisico dell’atmosfera Dino Zardi, coordinatore del corso di laurea in Meteorologia dell’Università di Trento. “La tecnologia mette a disposizione delle previsioni un grande volume di dati, che va gestito. Per ottimizzarne l’elaborazione, in molti Paesi si cominciano a utilizzare sistemi di intelligenza artificiale e di apprendimento automatico. Anche in Italia – ha aggiunto l’esperto – avremmo le risorse per farlo grazie ai fondi del Pnrr, ma non c’è una linea di finanziamento regolare per poter sviluppare la meteorologia operativa”.

PREVISIONI – Vale a dire che manca un sistema che riesca a sostenere la meteorologia in modo regolare, a partire dalla formazione, passando per i centri di ricerca fino alle strutture del territorio preposte alle previsioni. “Si tratta – rileva Zardi – di sostenere in maniera regolare un settore strategico”. La Germania, per esempio, lo sta facendo da almeno 20 anni: “grazie all’accordo fra le maggiori università del Paese e a finanziamenti si è stabilita una connessione fra mondo della ricerca, sviluppo e servizi meteorologici”, dice l’esperto. In Italia comincia a muovere i primi passi l’Agenzia nazionale per la meteorologia, che avrà al suo fianco il supercomputer Leonardo, in fase di assemblaggio presso il Tecnopolo di Bologna, mentre l’Ufficio meteorologico britannico ha già cominciato a utilizzare un sistema di intelligenza artificiale per processare i dati raccolti dalle stazioni meteorologiche di superficie.

METEOSAT – Le previsioni meteo avranno nuovi alleati anche dallo spazio, con i satelliti europei Meteosat di terza generazione, che scandaglieranno l’atmosfera in modo da cogliere i minimi segnali che annunciano cambiamenti imminenti. Nel frattempo, si lavora per migliorare il più possibile i modelli attualmente disponibili e lo si fa in due modi. Il primo consiste nel verificare gli errori, come fa quotidianamente il Centro meteorologico europeo, evidenziando i punti in cui il modello ha sbagliato maggiormente; il secondo punta ad affinare i sistemi di previsione con campagne di raccolta dati per acquisire il maggior numero possibile di conoscenze a livello locale. I meteorologi italiani, per esempio, lo stanno facendo sull’arco alpino, per elaborare modelli più dettagliati della circolazione atmosferica.

ARNO – Ma quando arrivano le bombe d’acqua bisogna essere pronti. L’Italia è fragilissima dal punto di vista idrogeologico. Ogni pioggia violenta si trasforma in calamità naturale. Occorre mettere in sicurezza il Paese con piani e programmi ambiziosi, capaci di mirare, cosa di non poco conto, a cambiare anche stili di vita e di governo. Si chiede una conversione ecologica comunitaria, da non dimenticare, da parte dei politici, il giorno dopo le elezioni. Eravamo abituati alle grandi alluvioni, con tempi di ritorno secolari, ma le bombe d’acqua segnano un cambiamento climatico dovuto anche al nostro scriteriato impegno. Molto prima di “inventare” la bomba d’acqua, io mettevo in guardia governo nazionale e Regione Toscana sulla capacità distruttrice dell’Arno. L’alluvione del ’66 (avevo 16 anni) mi segnò profondamente. L’Arno, l’ho scritto centinaia di volte, è un torrente con sfrenate ambizioni di fiume. Se non si trova il modo per frenarlo, magari facendolo sfogare in grandi casse d’espansione, finiremo per ritrovarcelo dappertutto. Tre grandi piani (il De Marchi-Supino subito dopo l’alluvione del 1966, il progetto pilota della Regione Toscana, il piano di bacino del professor Nardi) sono rimasti nei cassetti. Perchè giudicati troppo ambiziosi e, soprattutto costosi. Ma non c’è altra strada. L’alternativa è spendere assai di più quando si fa l’inventario dei danni provocati da una bomba d’acqua.

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Sandro Bennucci

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