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Manovra: sarà “blindata” al Senato, lo annuncia il premier Meloni. I dissidi con Forza Italia

L’Aula del Senato

ROMA – Giorgia Meloni conta che, entro giovedì mattina, il Senato approvi il via libera definitivo sul testo blindato. Poi nella conferenza stampa di fine anno tirerà un primo bilancio, consapevole che l’inizio del 2023 non si annuncia più semplice degli ultimi mesi. E dentro la maggioranza ripartirà in fretta il pressing dei partiti per migliorare alcune misure incluse nella legge di bilancio da 35 miliardi, e ripescare quelle rimaste fuori da una coperta troppo corta.

Anche per questo, la prudenza ha consigliato all’esecutivo di mettere da parte un paio di miliardi di euro, alla fine non stanziati durante l’esame alla Camera fra ritocchi e retromarce. Saranno utili in vista di un nuovo decreto aiuti.

Il clima però non resta dei migliori, il premier e Silvio Berlusconi, raccontano nella maggioranza, si sono sentiti nei giorni prima di Natale per un “rapido” scambio di auguri, vista qualche divergenza sorta di recente. “Tutto è bene quel che finisce bene”, la sintesi degli azzurri, che nella manovra rivendicano l’aumento delle pensioni minime a 600 euro (mirando a raggiungere i mille euro nell’arco della legislatura) e la decontribuzione fino a 8mila euro per chi assume a tempo indeterminato dipendenti under 35. Resta il fatto che in FI ci si aspettava maggior coinvolgimento sin dall’inizio delle operazioni per costruire la prima legge di bilancio del governo. Senza contare che, nel clima caotico dell’esame a Montecitorio, si è anche sfiorato l’incidente interno alla maggioranza sullo scudo penale per i reati finanziari, fino all’ultimo dato per sicuro negli emendamenti dei relatori e poi saltato.

Il prossimo banco di prova rischia di essere il Mes. Nel partito di Berlusconi si registra una certa apertura alla valutazione dello strumento del Meccanismo europeo di stabilità. Meloni, invece, ha chiarito che l’Italia non vi ricorrerà, se anche alla fine il Parlamento dovesse decidere la ratifica.

Fra gli appuntamenti in cui periodicamente emergono spinte non sempre coordinate, ci sono anche le nomine delle società partecipate: fra gennaio e giugno il governo dovrà indicare i vertici di una sessantina di queste, incluse Eni, Enel, Ferrovie, Leonardo e Poste.

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