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Autonomia differenziata: il progetto di Calderoli non piace ai governatori del sud, e i sindaci chiedono più poteri per i comuni

Roberto Calderoli, . ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Dopo la riforma costituzionale del 2001, che estese le competenze delle regioni, la Lega, e per essa il ministro Calderoli, è tornata all’attacco per conferire maggiori poteri ai governatori, attraverso il sistema dell’autonomia differenziata, previsto dall’art. 116 della Costituzione. E’ stato predisposto uno specifico ddl, che il ministro vorrebbe portare avanti in previsione delle prossime elezioni regionali.

Ma fra le forze politiche non c’è accordo, sia perché le sinistre contestano alcuni aspetti della nuova riforma, sia perché le regioni del sud, paladino il governatore campano Vincenzo De Luca. osservano che con il nuovo provvedimento si aumenterebbe la distanza fra Nord e Sud dell’Italia.

Il tema più controverso consiste nel fatto che il ddl progettato non prevede nessuna condizione minima per ottenere l’autonomia; non si richiede neppure, ad esempio, che la regione richiedente abbia i conti in ordine o non sia stata commissariata in precedenza per la gestione delle materie di cui fa richiesta.

Inoltre si dibatte sul fatto che, oltre alle 23 materie già previste dal provvedimento (ogni regione potrebbe scegliere di acquisirne tutte o solo una parte), rientrino nel giro anche istruzione, produzione di energia e tutela dell’ambiente. Temi delicati che rischiano di creare spaccature, propugnati dalla Lega e contestati dalle sinistre, ma anche da Forza Italia.

Intanto però, in attesa di ulteriori passi in avanti per le autonomie locali, i sindaci già agiscono per conto loro, intervenendo, ad esempio, in materia di sicurezza, tutela del patrimonio artistico e infrastrutture, arrivando a sostituire in pratica gli organi statali titolari dei poteri secondo le leggi in vigore.

Le disposizioni sulla sicurezza urbana (legge 18 aprile 2017, n. 48) hanno offerto ai primi cittadini la possibilità d’incidere maggiormente, attraverso appositi provvedimenti, sulla tutela dell’ordine pubblico e del contrasto a fenomeni di criminalità, per quei comportamenti che pregiudicavano l’ambiente urbano o disturbavano la convivenza civile.

Ricordo che alcuni sindaci, di ogni colore politico, da sempre hanno mal sopportato, in tema di tutela dei monumenti e belle arti, alcuni “divieti” posti dalle varie soprintendenze, tanto che, come reazione, i governi recenti hanno provveduto a una serie di sostituzioni di dirigenti italiani con esperti stranieri.

Anche in tema di sicurezza, e in particolare d’immigrazione, si è andati in ordine sparso, tanto che sindaci e presidenti di regione si sono opposti, ad esempio, alla creazione, sui loro territori, di cpr, centri di rimpatrio per stranieri, per motivi squisitamente ideologici, non seguendo le proposte dei prefetti, responsabili della sicurezza in ambito locale.

Alcuni contrasti ci sono sempre stati ed è ben vero che qualsiasi governo, da sempre, si è guardato bene dall’inviare funzionari sgraditi alla politica locale, visto che con gli eletti sul territorio il prefetto, giocoforza, deve fare i conti e collaborare, ma è anche vero che in alcune occasioni prefetti, che avevano adottato decisioni utili per la sicurezza e la tutela della legalità, magari sgradite a qualche potente locale, sono durati in qualche sede molto poco tempo.

Ma non è un’abitudine recente, è sempre stato così. Un sindaco e un presidente di regione non possono essere sostituiti dal governo, tranne che nei (rari) casi previsti dalla legge, mentre i prefetti hanno sempre a portata di mano la valigia, pronti a spostarsi dove il Consiglio dei ministri ritiene opportuno destinarli. Un vecchio prefetto definiva la sua categoria “il fusibile dell’ordinamento”, in quanto paga, spesso senza colpa, anche per gli errori degli altri. Ci sono altri esponenti dei poteri pubblici che invece non pagano mai per i loro sbagli, paga sempre Pantalone. Ma questo è un altro discorso.

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