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Brexit: tre anni dopo, il Regno Unito è deluso. Unico in recessione. Ma il giovane premier Sunak sfida la protesta

(EPA/ANDY RAIN)

Tre anni dopo la Brexit – 31 gennaio 2020 – la Gran Bretagna annaspa nella stagnazione economica e della protesta sociale, alimentate anche da altri fattori, interni e internazionali, si addensano sul Regno Unito. Il ricordo del divorzio dall’Unione Europea non è una festa. Nelle strade di Londra si respira aria dimessa, delusa, come dopo una guerra perduta o un cataclisma naturale. Il giovane neo premier di sua maestà, Rishi Sunak – primo inquilino d’origine indiana a Number 10 e terzo capo di governo Tory d’una legislatura condita da scandali e rivolte interne costati già la poltrona all’artefice del “trionfo” di tre anni orsono, Boris Johnson, e poi all’effimera Liz Truss – si è limitato, per l’occasione, a diffondere poche righe scritte, improntate ad un affannato ottimismo della volontà.

Ma la realtà è un’altyra: il Regno Unito è l’unico Paese – al di là dell’incoraggiamento su una previsione di crescita elevata per il 2024 allo 0,9% e del riconoscimento a Sunak di essere “sulla strada giusta” dopo gli azzardi fiscali della parentesi Truss – indicato col segno meno per l’anno in corso. Sia fra i G7, sia contando i cosiddetti emergenti: Russia compresa. E tutto mentre il Fondo Monetario Internazionale declassa nei suoi dati appena aggiornati, la Gran Bretagna al rango di unico Paese del G7 (e non solo) destinato nelle previsioni a un anno di recessione nel 2023, prima della ripresa.

Mentre la delusione dilaga, le indagini demoscopiche incalzano: una delle ultime accredita sentimenti maggioritari di ‘Bregret’ (neologismo di secondo grado frutto della crasi fra Brexit e ‘regret’, ossia rimpianto) in 647 collegi elettorali d’oltre Manica su 650. Inclusi molti di quelli storicamente euroscettici. Anche se questo non sembra tradursi, almeno per il momento, in un’ondata di auspici di riadesione all’Unione: obiettivo che in base a un’altra rilevazione pubblicata nel weekend da una testata online nata da una costola dell’eurofilo Independent, viene invocato da non più di un 43% d’intervistati, stabilmente sotto la maggioranza assoluta.

Una tendenza che si riflette nel rifiuto espresso non solo del Partito Conservatore ma pure dell’opposizione laburista di riaprire in questa fase qualunque dibattito su problematiche ipotesi di ritorno formale nelle braccia di Bruxelles; o anche solo nel mercato unico o nell’unione doganale. Opposizione laburista, il cui leader neomoderato, Keir Starmer, fiducioso di poter approdare a Downing Street entro fine 2024 e deciso ad evitare la riesumazione di crociate comunque elettoralmente divisive, non va oltre la promessa di “migliorare i rapporti” con l’Ue attraverso forme di “allineamento dinamico” normativo indipendenti da valutare settore per settore; mentre progressi già s’intravvedono con Sunak al timone su un compromesso coi 27 in materia di modifica del contestato protocollo sull’Irlanda del Nord.

L’impatto sul Regno dell’attuale crisi economico-energetico-bellica globale, e dei contraccolpi della pandemia da Covid, contribuisce in ogni caso ad akimentare il malcontento, fra inflazione al 10% e vertenze salariali scatenate a colpi di scioperi da milioni di lavoratori di decine di categorie contro un governo che stenta a frenare il tracollo di consensi abbattutosi sui Tories nei mesi scorsi. In un contesto nazionale in cui gli scossoni del post Brexit, le barriere commerciali, l’effetto della fine della libertà di movimento sulla disponibilità di manodopera europea cruciale in diversi settori minacciano inevitabilmente di rendere lo scenario più grave che altrove: come sentenzia il Fmi con una stima di recessione appesantita dallo 0,3 allo 0,6% per l’isola. E tutto questo, come detto, rende molto triste una Londra con il morale assai basso.

Brexit, Regno Unito in recessione, Sunak


Gilda Giusti

Redazione Firenze Post

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