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Lavoro: stipendi più alti da luglio col taglio del cuneo fiscale. Aumenti da 70 a 90 euro

Busta paga più alta per i redditi fino a 35mila euro

ROMA – Possono tirare un sospiro di sollievo, i lavoratori con redditi fino a 35mila euro lordi: attraverso il ddl approvato definitivamente il 29 giugno 2023 la loro busta paga sarà più pesante, anche se solo leggermente, grazie il taglio del cuneo fiscale. Che sale di 4 punti percentuali.

La misura, però, sarà temporanea. Entra in vigore oggi, primo luglio, e terminerà il prossimo 31 dicembre. Lo rileva l’ufficio studi della Cgia. Nel dettaglio: per gli stipendi fino a 25 mila euro lordi, il taglio del cuneo passa dal 3 al 7 per cento. Questo comporterà un ipotetico aumento dello stipendio attorno ai 70 euro al mese; per le retribuzioni da 25 a 35 mila euro lordi, invece, la riduzione sale dal 2 al 6 per cento. Si ipotizza un aumento in busta paga di circa 90 euro mensili.

Al netto dei lavoratori agricoli e domestici, nel settore privato del nostro Paese sono interessati da questa misura poco più di 13,5 milioni di dipendenti, pari all’86,3 per cento circa del totale dei lavoratori dipendenti occupati nel settore privato.

Nel 2022 il fisco ha recuperato dalla lotta all’evasione oltre 20 miliardi di euro. Questo dato, annunciato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze è “l’ennesima dimostrazione che negli ultimi anni la lotta contro l’infedeltà fiscale sta dando i suoi frutti. Sebbene il 2020 sia stato un anno molto particolare a causa della pandemia, il tax gap stimato dal MEF è sceso a 89,8 miliardi di euro; di cui 78,9 sono ascrivibili al mancato gettito tributario e gli altri 10,8 miliardi sono il ”frutto” dell’evasione contributiva”, sottolinea la nota.

Pur non potendo contare su quasi 79 miliardi di euro di tasse ogni anno, un importo che purtroppo rimane ancora straordinariamente elevato, l’Amministrazione finanziaria italiana sembra essere riuscita a imboccare la strada giusta per combattere efficacemente questa piaga sociale ed economica che da sempre caratterizza negativamente il nostro Paese. Tra la compliance fiscale, lo split payment, la fatturazione elettronica e l’invio telematico dei corrispettivi, una serie di contribuenti – tra cui gli evasori incalliti, chi riceveva i pagamenti dallo Stato per un servizio o una prestazione lavorativa resa e poi non versava l’Iva e, infine, i professionisti delle cosiddette ”frodi carosello” – sono stati indotti a ravvedersi. Non solo. Anche il leggero calo della pressione fiscale registrato in questi ultimi anni ha sicuramente avuto un effetto positivo sul fronte delle entrate, osserva la CGIA di Mestre.

Sebbene sia ancora del tutto insufficiente, la contrazione del carico fiscale ha contribuito, in parte, a ridurre l’evasione, soprattutto quella che in gergo viene chiamata di ”sopravvivenza”. Purtroppo, chi è completamente sconosciuto al fisco continua imperterrito a farla franca, così come le organizzazioni criminali di stampo mafioso che sempre con maggior dedizione seguitano a coltivare i propri traffici illegali.

Poco ”sensibili” alla fedeltà fiscale lo sono anche quelle multinazionali e i giganti del web che, in Italia, realizzano profitti milionari, ma la stragrande maggioranza delle imposte le versano nei paesi a elevata fiscalità di vantaggio. Secondo l’Area studi di Mediobanca, ad esempio, nel 2021 il 30 per cento circa dell’utile ante imposte delle 25 principali big tech presenti nel nostro Paese è stato tassato in Paesi a fiscalità di vantaggio. Questa forma di elusione ha consentito a queste realtà di risparmiare 12,4 miliardi di euro di tasse; se consideriamo il triennio 2019-202, tale importo è salito a 36,3 miliardi di euro.

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Sandro Bennucci

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