Accordo di Helsinki, 50 anni fa: quei principi portarono alla caduta del Muro di Berlino. Ma Putin li ignora

L’accordo internazionale che va sotto il nome di “Atto Finale di Helsinki” fu
sottoscritto il 1° agosto del 1975. Quest’anno, ricorrendo i cinquanta anni
dalla firma, la ricorrenza è oggi celebrata nella capitale finlandese in modo
più solenne. Ma solo in quella città. E non c’è di che stupirsi: non si tratta di
una memoria coltivata. Buona parte degli Europei, e degli Italiani soprattutto,
non hanno idea di cosa si parli. E molti dei pochi che lo sanno lo dimenticano
assai volentieri.
L’accordo segnò difatti un passaggio fondamentale nel processo storico e politico della distensione post-guerra fredda che, nel giro di 15 anni, avrebbe portato alla dissoluzione di tutti i regimi comunisti del
vecchio continente. E, guarda caso, le strutture di cooperazione attuativa che
ne scaturirono, tuttora esistenti, sono ora fortemente osteggiate da Mosca.
La dichiarazione costituì l’atto finale della Conferenza sulla Sicurezza e la
Cooperazione in Europa, svoltasi nel luglio e agosto del 1975. Fu firmata da
trentacinque Stati, tra cui gli USA, l’URSS, il Canada e tutti gli Stati europei,
tranne Albania e Andorra. La sottoscrisse anche il Vaticano. Mirava al
miglioramento delle relazioni tra il blocco comunista e il blocco occidentale,
che si impegnavano su dieci solenni principi, tra i quali spiccavano la
sovranità di ogni Stato, la rinuncia all’uso della forza, la risoluzione pacifica
delle controversie e il rispetto dei diritti dell’uomo.
Nell’immediato l’accordo fu salutato dall’allora Unione Sovietica come un
successo: essa innegabilmente otteneva un riconoscimento concreto della
propria sfera di influenza e della sua intangibilità. Evidentemente, era già
abitudine avvertire l’abbaiare della NATO sui confini. Ma il precetto più
significativo del trattato, che si rivelò poi più pregnante e decisivo, fu l’obbligo
per i contraenti di rispettare, al proprio interno, i diritti dell’uomo e le libertà
fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, di coscienza e di credo religioso.
Proprio perché conteneva questo impegno, taluni osservatori ritenevano che
l’atto di Helsinki sarebbe stato solo un vaniloquio diplomatico, non essendo
plausibile che Mosca e satelliti europei avrebbero ammesso il dissenso. E in
effetti così avvenne. Ma la solenne affermazione del principio confermò
l’Occidente nella linea di intelligente fermezza sul valore prioritario delle
libertà civili e, al contempo, in Unione Sovietica e nelle democrazie popolari
acuì il cuneo tra i governi e le società, peraltro in forte sofferenza per i
fallimenti economici del sistema comunista.
L’atto di Helsinki divenne pertanto la cornice giuridica e valoriale in un teatro
in cui straordinari direttori d’orchestra interpretarono da grandi protagonisti la
sinfonia della politica internazionale. In primis Ronald Reagan la cui
fermezza, che lo aveva portato a definire l’Unione Sovietica come l’”Impero
del male”, era pari all’intelligenza politica che lo condusse alle decisive aperture verso il pur nobile tentativo di Gorbaciov, che voleva salvare il comunismo. E poi San Giovanni Paolo II°, la cui opposizione al comunismo fu autorevole, instancabile ma, allo stesso tempo, pacifica, nella convinzione
che il sistema sarebbe caduto da solo, mancando di presupposti antropologici
di una qualche consistenza.
Il seguito è noto, con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, e dell’Unione Sovietica nel 1991.
Dal 1995 è in attività L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in
Europa (OSCE), quale organismo strutturato scaturito dagli accordi di
Helsinki, con la competenza di affermare in Europa la promozione della pace,
del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione. Nel frattempo, anche
Russia e Ucraina avevano aderito all’accordo originario. Ma oggi, l’effettiva
presenza dell’Organizzazione nelle zone di guerra in Ucraina è
sostanzialmente impedita dal Cremlino. Inutile rammentare a Putin gli
obblighi che impone l’”Atto Finale di Helsinki”.
Ma non è questo l’aspetto più grave. L’atavica separatezza della Russia dal mondo più evoluto è un dato
storico costante, che immancabilmente ricorre in ogni epoca; mentre il
dissenso è represso brutalmente ora come allora. E se è confortante che
Papa Leone XIV abbia ricordato l’evento nell’udienza dello scorso mercoledì,
Il fattore dirimente è che di Reagan non è rimasta neanche l’ombra. E in
Europa come in Italia molti, apertamente o dietro le persiane, applaudono.

Pino Agnetti
Analisi perfetta! I tanti geopolitici in circolazione, spesso incompetenti e spesso al servizio (se va bene) di posizioni puramente ideologiche, studino e imparino.