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Firenze, cubo nero al posto del Teatro Comunale: per la sindaca “è tutto regolare”. E l’ex Soprintendente “non ricorda”

Il cubo nero che spunta dai tetti ottocenteschi di Firenze (Foto dai social)

Ho lavorato per quarant’anni alla Nazione, di cui sono stato anche Direttore. Ma soprattutto sono stato cronista di questa città, che dunque conosco piuttosto bene. Quindi la settimana scorsa, mentre passeggiavo sull’argine lungo l’Arno sono trasalito quando ho visto sull’altra sponda, all’altezza dell’ex Teatro comunale, spuntare fra i tetti dei palazzi ottocenteschi, un’enorme parete nera, da lontano un <bussolotto nero> che violenta il colore discreto del resto della zona. 

Un obbrobrio. Un insulto a questa (ormai) povera città. L’ho fotografato e l’ho subito postato su Facebook. Poi ho anche informato il mio ex giornale, che infatti il giorno dopo ha pubblicato, molto opportunamente due pagine. E’ successo un putiferio.

Come ho scritto sulla Verità, il giornale per cui ora lavoro, mi sono accorto “di aver scoperchiato una pentola che improvvisamente ha preso a bollire e sta vomitando da giorni una colata di acqua rovente sulle mani di chi gestisce – diciamo così – il cambiamento di questa città”. 

Questa è una bruttura, ma mi sembra più grave il fatto che nessuno l’abbia notata: tanto più grave  proprio rispetto alle scandalizzate reazioni, pressoché unanimi, che si sono accese dopo la mia denuncia. 

Come è stato possibile tutto ciò, passato sotto silenzio durante il tempo dei lavori in una zona di pregio di Firenze?  Come ho scritto sulla Verità, <al posto dell’ex Teatro sono sorti appartamenti di lusso, all’interno di un volgare cubo nero e bianco con rifiniture di alluminio. Questo insediamento si aggiunge a una certa presenza di élite in alcune zone strategiche: gli Student hotel stanno nascendo come funghi  sui viali di circonvallazione. A beneficio esclusivamente di un turismo ricco che pensa di acquisire un alloggio in un’area privilegiata>. 

Il caso dell’ex Comunale significa, evidentemente, che a Firenze, patrimonio dell’umanità, si può fare tutto, tanto la capitale del Rinascimento è in svendita. 

L’amministrazione comunale, con in testa il sindaco Sara Funaro, dice che è tutto regolare e che si tratta di una riqualificazione: “Ci sono i permessi, dunque che cosa avete da ridire?”. Ma non si è ancora capito chi abbia dato i permessi. Perché l’ex soprintendente Andrea Pessina non ricorda e altri illustri professionisti certificano che si tratta di un “mostro”. L’ex preside della facoltà di architettura Mariella Zoppi ha sarcasticamente commentato che trattasi di “speculazione”, anche se ora si chiama “rigenerazione urbana”. 

Mentre aspettiamo che qualcuno stabilisca <chi ha firmato che cosa, e perché> – abbiamo diritto di saperlo ! – bisogna riconoscere che ciò che è accaduto denuncia la mancanza di un’idea di città che guidi i nuovi insediamenti. La politica ha abdicato a un governo coerente e trasparente, e ora Firenze è praticamente governata da altri poteri, a cominciare da quello dei cosiddetti immobiliaristi. La città è in svendita. Basta arrivare qua con i soldi e il gioco è fatto. Non dimentichiamo che Firenze è patrimonio di tutto il mondo e ogni modifica al profilo urbano comporta un dovere di trasparenza, rigore e coerenza. Quando il costruito disattende il progetto condiviso, è doveroso chiedere conto a chi ha il compito – e il dovere – di vigilare.

A ben pensarci non ho scoperchiato solo un pentola, quanto piuttosto quello che è un vero e proprio vaso di Pandora. Spero si possa essere ancora in tempo per recuperare i cocci. 

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Ringrazio il caro Marcello Mancini: abbiamo lavorato insieme a “La Nazione”, per decenni. E’ sempre stato attento alle questioni urbanistiche e architettoniche. Nel 1989 fu lui a scoprire che Achille Occhetto, tirato per la giacca dai Verdi, aveva bloccato la variante Fiat Fondiaria. E anche stavolta ha fatto uno scoop.

Personalmente mi sono sempre vantato di avere “l’occhio da cronista”, capace di cogliere al volo la notizia, quell'”occhio da cronista” oggetto di tante battute a notte alta, in redazione, nel momento dei piedi sul tavolo, dopo aver mandato via le pagine.

Riconosco anche a Marcello, in questa occasione come in altre, lo sguardo acuto, pronto a cogliere ciò che era davanti a tutti, da qualche anno, e di cui nessuno si era, volutamente o meno, reso conto. Dove voglio arrivare? A una conclusione precisa: i giornalisti, indipendenti e attenti, sono un bene per la collettività. Vedono cose che le “intelligenze”, artificiali o meno, in buona fede o no, non capiscono. E naturalmente non denunciano.

Sandro Bennucci

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