Mostro di Firenze: il 9 settembre 1985 vennero scoperti i corpi di Nadine e Jean Michel. Il ricordo del cronista

Tornavo al lavoro, a “La Nazione”, nella mitica cronaca di Firenze, dopo uno scampolo di ferie, il 9 settembre 1985. Era un lunedì. Atmosfera rilassata. Battute sull’abbronzatura di un collega. Poi Maurizio Naldini, capocronista dell’epoca, risponde al telefono e diventa serio. “Ragazzi!”, disse richiamando l’attenzione. Silenzio improvviso. E lui: “Hanno trovato due giovani francesi morti, Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, sotto una tenda a San Casciano, in una piazzola degli Scopeti, accanto agli Hare Krishna. Che naturalmente non c’entrano nulla. Forse li ha ammazzati il mostro”.

Mobilitazione totale. Mario Spezi, ormai diventato il “mostrologo” per le decine di articoli scritti da metà degli anni Settanta in poi, scatta subito. Lo affiancano un paio di inviati speciali. Fotografi in moto catapultati sul posto. Io, vicecapocronista, dovevo lavorare alla “macchina”, al desk. Comincio a disegnare le pagine, pensando a “fotoni” giganti e alla nuova mappa delle vittime del mostro. Una mappa che sembrava essere stata avviata nel 1974 con i due giovani ammazzati nel Mugello, Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore. Poi aggiornata dalla scoperta che la famigerata pistola calibro 22 aveva ucciso due amanti nel 1968 a Castelletti di Signa. Si chiamavano Antonio Lo Bianco e Barbara Locci Mele. Si salvò il bambino della Locci, Natalino Mele, ritrovato solo e piangente per strada. Si è scoperto recentemente, attraverso il dna, che non era figlio del marito della donna, Stefano Mele, ma di Giovanni Vinci. Da lì i nuovi sospetti sulla pista sarda. In un dedalo di arresti, colpi di scena, processi e anche scarcerazioni.
Ma torniamo al pomeriggio del 9 settembre 1985. Le notizie che arrivano da San Casciano ci lasciano in un vicolo cieco. Nessuna pista, nessun indizio decisivo sta venendo fuori. Naldini cammina nervosamente in redazione. A un certo punto mi guarda e dice: “Sandro, vai a San Casciano. Da te non voglio dichiarazioni ufficiali ma cose nuove. Vai, cerca, scava e portami almeno un titolo diverso dagli altri”. Lo guardo scettico. Naturalmente mi fiondo in macchina. Arrivo nella piazzola degli Scopeti che è ormai buio. Faccio vedere il tesserino. Passo attraverso il cordone di polizia e carabinieri. Dove vado a pescare? Con chi parlo? Improvvisamente vedo tre persone vicino alla tenda da dove hanno appena portato via i corpi martoriati di Jean Michel e Nadine. Ne conosco bene due: sono magistrati, il procuratore aggiunto Francesco Fleury e Paolo Canessa. Il terzo, lo scoprirò dopo, era il professor Francesco De Fazio, docente di criminologia all’Università di Modena e Reggio.
Mi nascondo dietro un albero per ascoltarli. Parlano di una scarpa, un’impronta grande, forse numero 45 o addirittura 46. Probabilmente lasciata da un “omone”, alto e grosso. Pensano che sia stato questa specie di gigante ad aver rincorso il povero Jean Michel che cercava scampo fuggendo nel bosco. Ma un ragazzo scalzo, nel bosco, non va lontano. Sarebbe stato quindi raggiunto e ucciso. Prendo appunti. “Ecco ciò che cercavo”, mi dico. Quindi esco dal nascondiglio, faccio finta di essere appena arrivato, saluto i magistrati e il professore. Chiedo: “E’ vero che avete trovato l’orma di una scarpa sospetta?”. Confermano senza dare spiegazioni. Torno al giornale come il cacciatore che ha un bel bottino. Titolo di apertura in una delle tante pagine dedicate al mostro e richiamo in prima.
Quell’articolo non rimase fine a se stesso. Vent’anni dopo venni chiamato come testimone dal magistrato di Perugia che indagava per un morto nel Lago Trasimeno, legato forse al mostro di Firenze. Era il dottor Giuliano Mignini, poi salito alla ribalta delle cronache per il delitto di Meredith. Mignini fece addirittura arrestare Mario Spezi. Firmai per primo una petizione per farlo liberare.
Ma il famoso articolo dell’impronta tornò fuori anche successivamente. Era stato scritto che quello scarpone poteva appartenere a un poliziotto o a un carabiniere. Ma secondo i legali della famiglia di Nadine Mauriot sarebbe stato in uso ai “legionari” francesi. Ed ecco che il pezzo pubblicato il 10 settembre 1985 venne accluso a un nuovo fascicolo d’inchiesta sul mostro.
Torniamo di nuovo a 40 anni fa. I corpi di Nadine e Jean Michel furono trovati il 9 settembre da un cercatore di funghi. Ma vennero uccisi nella notte di sabato 7 settembre? Oppure all’alba di domenica 8? Ipotesi. Suggestioni. Qualche anno dopo, mentre gli investigatori continuavano a frugare dappertutto ed era già venuto fuori il nome di Pietro Pacciani, feci un salto a Cerbaia per incontrare il cameriere della festa dell’Unità che il 7 settembre aveva servito la cena ai due francesi. Li ricordava benissimo. Ma non era stato chiamato a testimoniare. Mi raccontò che erano stati lì fino a tardi. La ragazza, molto bella, aveva attirato l’attenzione. Di chi? Il cameriere non escluse che qualcuno, dopo la cena, li abbia seguiti. Uscì, su La Nazione, l’intervista al cameriere. Che finalmente venne convocato in Procura.
Eppoi? Inchieste a non finire, indagati, processi. Pietro Pacciani, Giancarlo Lotti, Mario Vanni, il postino di San Casciano. La pista sarda. Le iniziative del prefetto di Firenze, Giovanni Mannoni con il suo vice di allora, Paolo Padoin, e la campagna “Occhio ragazzi”, per mettere in guardia chi voleva appartarsi in campagna.
L’idea che mi sono fatto dopo decine di articoli scritti e centinaia di titoli fatti nei decenni successivi al 9 settembre 1985? Che dietro ai cosiddetti “compagni di merende” ci possa essere stato un regista capace di pagare i “silenzi” e gli “scalpi”: ossia i poveri resti portati via ai cadaveri delle ragazze. Certezze non ne ho. Restano comunque scolpiti nella mia mente momenti di cronaca diventati storia. Una storia devastante, capace di segnare per sempre Firenze.

Sandro Bennucci
Grazie
Jacopo
Le memorie vanno perse, articoli come questo le conservano.