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Polonia ancora protagonista della storia: dal re Sobieski che sbaragliò i turchi ai droni di Putin

Droni (Foto dai social)

Oggi la Chiesa Cattolica celebra la Festa del Santissimo Nome di Maria. Era
una ricorrenza istituita già da alcuni secoli ma, nel 1685, Papa Innocenzo XI
ne fissò la solennità il 12 settembre per ricordare che, proprio quel giorno di
due anni prima, le truppe condotte dall’imperatore Leopoldo I d’Austria e da
Giovanni III Sobieski, re di Polonia, avevano sbaragliato i Turchi, da mesi in
assedio alla città di Vienna.

La mattina di quell’alba Marco d’Aviano, poi beatificato, aveva officiato la Santa Messa propiziatoria sotto le mura, galvanizzando gli uomini pronti alla battaglia. Il suo culto è tuttora vivo nella
capitale austriaca: è sepolto nella Cripta dei Cappuccini, che raccoglie le
spoglie della famiglia imperiale, mentre una sua statua spicca accanto alla
facciata della chiesa.

La battaglia del 1683 fu decisiva per le sorti dell’Europa. Avessero prevalso i
Turchi si sarebbe aperta la strada al loro dilagare in gran parte del continente.
Forti contrasti dividevano le corone europee e, mentre Vienna resisteva
strenuamente, si faticò assai a mettere insieme un esercito, non più di 80.000
unità delle più varie nazionalità, per affrontare gli Ottomani. Il grosso era
costituito da 30.000 Polacchi, il cui fulcro erano i cavalieri ussari.
Fu la risolutezza del Papa e del sovrano polacco che indusse all’intervento. Il
Pontefice lo reclamò in ogni direzione, consapevole della minaccia per la
cristianità.

Sobieski era altrettanto conscio del pericolo e determinato a
sventarlo. Del resto, era divenuto re per decisione della Dieta Polacca,
indignata perché si era concesso troppo ai Turchi con un trattato remissivo,
che oggi richiamerebbe Monaco e che aveva loro assegnato l’Ucraina, poi
riconquistata dallo stesso Sobieski. Pur fortemente impegnato a difendere il
Nord del reame dalla pressione russa e svedese, non esitò a correre in
soccorso agli Austriaci.

Più defilato il potente dell’epoca. Luigi XIV non disdegnava una sconfitta
dell’Austria: gli avrebbe aperto prospettive di espansione a Est. Chissà che
non abbia imposto dazi. La pace con i Turchi avrebbe seguito, magari
sempre rinviandola di 15 giorni. Insomma, si tenne alla finestra, nonostante
gli strali di Innocenzo XI Odescalchi.

Lo scontro fu durissimo e, tutto sommato, rapido. Decisivi alcuni tratti
d’inferiorità degli Ottomani, pur numericamente il doppio dell’avversario. Abili
in rapide puntate devastatrici, difettavano invece di intelligence:
nell’occasione non avevano avvertito la reale consistenza e qualità
dell’armata nemica, né i tempi del suo arrivo. Inoltre, i Turchi combatterono
collocandosi a valle di una collina dove si erano attestate le truppe nemiche: una posizione estremamente sfavorevole. Gran parte di loro erano infine
stanchi per l’assedio che avevano portato. L’assalto degli Europei fu
travolgente: a metà giornata l’esito era deciso mentre i Turchi cadevano a
migliaia sotto l’impeto degli attaccanti.

È dunque un dato che i Polacchi opposero la resistenza risolutiva in un
passaggio storico cruciale. Essi hanno sempre evidenziato qualità caratteriali
e militari eccellenti, che sono emerse anche successivamente: quando è loro
toccato il ruolo di difensori sul limes orientale, hanno spesso smontato le
ambizioni del prepotente di turno.

Nel 1920 lo avrebbero sperimentato sulla Vistola anche le truppe dell’Armata rossa. Il maresciallo Pilsudski le sbaragliò, con il conseguente arresto dell’avanzata comunista verso la
Germania, dove i russi avrebbero soffiato sul fuoco rivoluzionario che già
aveva avvolto quella Nazione sconfitta e allo stremo. Stalin avrebbe
consumato la sua vendetta due decenni dopo, apponendo anche la sua
firma, una volta spartita la Polonia con i nazisti, sull’ordine di esecuzione del
massacro di Katyn.

Di seguito, anche quando il confronto più duro si è trasferito sul piano delle
lotte civili, nulla come quel teatro fu decisivo: l’eroica perseveranza di Lech
Walesa e di Solidarnosc assicurarono un contributo decisivo alla caduta del
comunismo sovietico.

Ora non è dato sapere se lo svolazzare di droni sia il preludio di una nuova
centralità della Polonia di fronte alla minaccia che arriva da Oriente. Ma da un
vecchio arnese del KGB, che i bene informati – o più ammaliati che informati –
dicono ben saldo al Cremlino, ci si può aspettare di tutto. Specie se si
confrontano i costi di recente sostenuti con i risultati conseguiti. Ha portato i
blindati alla periferia di Kiev, illusoriamente pensando che qualcuno sarebbe
intanto uscito da un cavallo di legno.

Si è invece dovuto ritirare su un fronte dal quale, in quasi quattro anni, ha avanzato solo di qualche chilometro, a prezzo di centinaia di migliaia di morti. Ha indotto Svezia e Finlandia, nazioni
di indole neutrale, a ripararsi nella NATO, che doveva essere morta e ha
invece ricevuto un’iniezione di rinnovata vitalità. Chissà che non abbia già
svegliato anche la fiacca Europa, così completando un evidente capolavoro.

Del resto, se per tenergli testa basta Zelensky, che da attore comico è
diventato un duro antagonista dell’aggressore, potrebbe essere sufficiente
vestire qualcuno da Generale Della Rovere perché la dignità, anche nelle
relazioni tra i popoli europei, recuperi uno spazio pari al rango che le
compete, fino a scongiurare che il corso della storia si arresti, con gravi rischi
per la democrazia, le libertà civili e i diritti umani.

Ma se qualcuno fosse così avventato da insistere con le armi o, addirittura,
da alzare la soglia dello scontro, è plausibile che andrebbe poco lontano. Non
solo perché ormai il primato delle idee sulla forza, se per un po’ può
appannarsi, alla lunga è irreversibile. Ma anche perché la Madonna sa da che
parte stare: col Suo Santissimo Nome e con i moniti di Fatima.


Carlo Corbinelli

redazione@firenzepost.it

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