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Pensione a 69 anni: la previsione Istat sui dati della Ragioneria dello Stato. Italia vecchia e culle vuote

Nel 2050, quindi fra 25 anni, i lavoratori italiani andranno in pensione a 68 anni e 11 mesi. Poi andrà peggio: nel 2067 bisognerà aver compiuto 70 anni per lasciare il lavoro. Previsioni a spanne? No, è la fotografia che arriva dagli ultimi dati dell’Istat e scritti in base alle stime della Ragioneria Generale dello Stato.

Si prevede, appunto, un aumento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia a 68 anni e 11 mesi nel 2050 (dai 67 anni attuali) e a 70 anni nel 2067. Nei prossimi decenni la quota di over 65 aumenterà, fino a superare 1/3 della popolazione nel 2050 (quando saranno pari al 34,6%). E in Italia si fanno sempre meno figli. Dal report sulla natalità emerge che nel 2024 le nascite sono scese sotto quota 370mila (esattamente 369.944) in calo del 2,6% sull’anno precedente. Una tendenza che sembra proseguire anche nei primi mesi del 2025.

Secondo i dati provvisori relativi a gennaio-luglio, infatti, sono circa 13mila in meno i bimbi nati rispetto allo stesso periodo del 2024 (-6,3%). Le regioni dove il calo è più intenso sono l’Abruzzo e la Sardegna (con un -10,2% e -10,1%). Ma non in tutta Italia c’è un trend negativo. In Valle d’Aosta e nelle province autonome di Bolzano e di Trento si registra un aumento delle nascite del 5,5%, 1,9% e 0,6%. In caduta il numero medio di figli per donna che raggiunge il minimo storico: nel 2024 si attesta a 1,18 (in flessione sul 2023 quando segnava 1,20) e la stima provvisoria dei primi sette mesi del 2025 evidenzia un ulteriore diminuzione a 1,13.

Le donne, inoltre, diventano madri sempre più tardi. Nel 2024 l’età media al parto raggiunge i 32,6 anni in lieve rialzo sull’anno precedente (32,5), ma in crescita di quasi tre anni rispetto al 1995. Limitando l’analisi ai soli primogeniti le donne diventano madri in media per la prima volta a quasi 32 anni (31,9) a fronte dei 31,7 nel 2023 e di 28,1 anni nel 1995. L’aumento dell’età media al parto si osserva sia tra le straniere sia tra le italiane. L’età continua a essere più alta nel Centro e nel Nord (33 e 32,7 anni) rispetto al Mezzogiorno (32,3).

Lazio, Basilicata e Sardegna sono le regioni cui spetta il primato della posticipazione (33,2 anni in tutte e tre le regioni). Ed è sempre più diffusa tra i giovani la tendenza ad avere figli fuori dal matrimonio. Pur a fronte di una riduzione assoluta, l’incidenza dei nati da coppie non coniugate continua comunque a crescere: 43,2% nel 2024 (+0,8 punti percentuali sul 2023 e +23,5 punti percentuali sul 2008). La quota più elevata si osserva nel Centro (49,6%), seguito dal Nord (42,8%).

Tra le regioni spiccano l’Umbria e il Lazio dove più della metà dei bimbi nasce fuori dal matrimonio. Resta sostanzialmente stazionario, invece, il numero dei nati da genitori in cui almeno uno dei partner è straniero. Queste nascite, che costituiscono il 21,8% del totale, sono passate da 80.942 nel 2023 a 80.761. Dal 2012, ultimo anno in cui si è osservato un aumento sull’anno precedente, il calo è di oltre 27mila unità.

Il governo Meloni, già attaccato dalle opposizioni appena l’Istat ha diffuso questi dati, dovrà adottare politiche adeguate. Certamente per far fare più figli agli italiani, ma anche per proteggere gli anziani che dovranno continuare a lavorare ea produrre e i pensionati che, come sappiamo bene, rappresentano una risorsa importante per tanti nuclei familiari che, senza le loro rendite, non arriverebbero a fine mese.


Sandro Bennucci

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