
Referendum giustizia: si vota il 22 e 23 marzo. I fronti del “sì” e del “no”. Cdm approva anche ddl sui caregiver

ROMA – Il Consiglio dei ministri ha deciso che il referendum sulla giustizia, ossia sulla separazione delle carriere dei magistrati, si terrà domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. Nelle stesse date si voterà anche per elezioni suppletive che serviranno a scegliere i subentranti dei seggi lasciati liberi da due deputati leghisti, Alberto Stefani e Massimo Bitonci, entrambi eletti alle elezioni politiche del 2022 nei collegi uninominali Veneto 2. Il mandato di Stefani e’ cessato lo scorso 9 dicembre, dopo essere stato eletto presidente del Veneto. Il mandato di Bitonci e’ invece cessato il 28 dicembre, a seguito della sua nomina ad assessore alle imprese e al commercio della Regione Veneto.
REFERENDUM – Ma torniamo al referendum. Come preannunciato dalla premier Giorgia Meloni in occasione della conferenza stampa di inizio anno, il Consiglio dei ministri ha fissato per il 22 e 23 marzo le date in cui si svolgerà il referendum confermativo della riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati.
Si tratta di un referendum che prescinde dal quorum. Il che significa che la consultazione popolare e’ valida al di la’ di quanti elettori si recheranno alle urne e dunque si procede al conteggio dei voti indipendentemente dalla partecipazione. Una caratteristica, questa, che lo distingue dal referendum abrogativo, con il quale si decide se abrogare o meno una legge, e che invece prevede un quorum per la sua validita’ (almeno il 50% piu’ uno degli aventi diritto deve recarsi a votare).
Sara’ sufficiente anche un solo voto in più dei favorevoli alla riforma o di quelli contrari per confermare o meno la modifica della Carta. Il referendum confermativo è disciplinato dall’articolo 138 della Costituzione. La riforma del governo Meloni modifica il Titolo IV della Costituzione con l’obiettivo di separare le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti.
Queste le novita’ contenute nella riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati: –
DUE CSM – vengono previsti due distinti organi di autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente.
COMPOSIZIONE E SORTEGGIO DEI DUE CSM – Una delle principali innovazioni relativa ai due organi di autogoverno della magistratura riguarda la loro composizione. La presidenza di entrambi i Csm e’ attribuita al Presidente della Repubblica, mentre sono membri di diritto del Consiglio superiore della magistratura giudicante e del Consiglio superiore della magistratura requirente, rispettivamente, il primo Presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti di ciascuno dei Csm sono estratti a sorte, per un terzo da un elenco di professori e avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune e, per i restanti due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e tra i magistrati requirenti. Si prevede, inoltre, che i vicepresidenti di ciascuno degli organi sono eletti fra i componenti sorteggiati dall’elenco compilato dal Parlamento. I componenti designati mediante sorteggio durano in carica quattro anni e non possono partecipare alla procedura di sorteggio successiva. I componenti non possono, finche’ sono in carica, essere iscritti negli albi professionali ne’ far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale.
ALTA CORTE DISCIPLINARE – Altra novitaà riguarda l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare cui e’ attribuita la giurisdizione disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari, sia giudicanti che requirenti. L’organo e’ composto da 15 giudici cosi’ selezionati: 3 componenti nominati dal Presidente della Repubblica; 3 componenti estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune; 6 componenti estratti a sorte tra i magistrati giudicanti in possesso di specifici requisiti; 3 componenti estratti a sorte tra i magistrati requirenti in possesso di specifici requisiti. Il presidente dell’Alta Corte deve essere individuato tra i componenti nominati dal Presidente della Repubblica e quelli sorteggiati dall’elenco compilato dal Parlamento.
Si prevede la possibilità di impugnare le sentenze dell’Alta Corte dinnanzi all’Alta Corte medesima, che giudica in composizione differente rispetto al giudizio di prima istanza. I giudici dell’Alta Corte durano in carica quattro anni. L’incarico non può essere rinnovato. L’ufficio di giudice dell’Alta Corte è incompatibile con quelli di membro del Parlamento, del Parlamento europeo, di un Consiglio regionale e del Governo, con l’esercizio della professione di avvocato e con ogni altra carica e ufficio indicati dalla legge.
FRONTI DEL SI’ E DEL NO – Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a cui non compete una valutazione di costituzionalità sulla decisione del governo, firmerà il decreto per indire la consultazione come deciso dal Cdm.
Intanto l’opposizione affila le armi: “è evidente che il governo Meloni – sottolinea ad esempio il Movimento Cinque stelle – ha paura che un periodo congruo di informazione per i cittadini chiamati al voto possa far crescere in modo esponenziale la consapevolezza che questa riforma costituzionale deve essere sonoramente bocciata, perché non c’entra nulla con l’ammodernamento della Giustizia”. Sulla stessa linea il Comitato società civile per No che spiega come “il governo tema il successo delle firme” e per questo motivo vuole strozzare i tempi per il voto. Ha invece già preannunciato ricorsi “imminenti” (al Tar, al Tribunale civile o alla Consulta, è da valutare) il comitato di 15 cittadini che ha presentato un’altra proposta di referendum popolare sulla riforma e chiedeva di fissare la data “al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme”, ora al 71% delle 500mila sottoscrizioni richieste entro la fine di gennaio.
Con una lettera “informeremo il presidente della Repubblica Mattarella e i comitati promotori parlamentari delle nostre iniziative a tutela della legalità repubblicana in tutte le sedi giudiziarie che la Costituzione prevede”, annuncia il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, secondo cui “il governo ha deciso di ignorare la Costituzione e la prassi applicativa che ne è conseguita da decenni, giungendo a sfottere con un suo ministro gli oltre 350mila cittadini che in pochi giorni hanno firmato”. Un riferimento alla battuta con cui Tommaso Foti, dopo aver espresso scetticismo sulla validità del ricorso, a chi gli domandava cosa succederebbe se fosse accolto ha risposto: “Se mio nonno fosse un treno…”. Altre fonti di governo definiscono un eventuale ricorso “strampalato e illegittimo a detta di tutti i giuristi”. Anche se ne dovesse arrivare uno, il governo deve rispettare la legge, è in sintesi quanto spiegato dal sottosegretario Alfredo Mantovano in Cdm, perché la data andava decisa entro il 17 gennaio.
La norma evocata è l’articolo 15 della legge 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. L’interpretazione del comitato delle firme, invece, predilige la prassi. Intanto da settimane sono al lavoro i comitati sui due fronti e i partiti che li sostengono. Antonio Tajani ha riunito gli azzurri impegnati sul dossier: si studiano slogan “chiari e semplici” per declinare il concetto “votare sì per una giustizia giusta” e con le testimonianze di avvocati, magistrati e vittime di errori giudiziari si punta a “smentire la falsa narrazione secondo cui questa riforma, ad esempio, produrrebbe una sottomissione dei pm alla politica o addirittura la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale”.
L’impegno finanziario di FI, spiegano alcune fonti interne, sarà tra 500mila euro e il milione, tra fondi del partito e fundraising. Da Elly Schlein a Giuseppe Conte, prende forma il fronte del ‘No’ ma c’è anche una ‘Sinistra che vota Sì’. E si è radunata a Firenze, con Augusto Barbera, giurista e ex ministro, che ha definito la riforma “liberale” e inquadrato il referendum “non come un voto pro o contro il governo Meloni”.
“Non dobbiamo lasciare alle destre la bandiera delle garanzie e delle riforme”, il messaggio inviato dalla dem Pina Picierno. “Votare sì – per Benedetto Della Vedova, di +Europa – serve a tenere dentro una possibile coalizione, alleanza di centrosinistra anche i liberali, i radicali, i garantisti che pensano come me che questa riforma sia importante per il Paese”. Se Matteo Renzi prende tempo, Raffaella Paita, capogruppo al Senato di Italia viva, si è esposta: “Stare dentro questo percorso di riforma aiuterà il centrosinistra a essere maggiormente competitivo alle prossime elezioni”.
CAREGIVER FAMILIARE – Il Consiglio dei ministri ha anche un disegno di legge “in materia di riconoscimento e tutela del caregiver familiare”, presentato dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. Dopo l’ok del Consiglio dei ministri comincerà ora l’iter parlamentare “con procedura d’urgenza” per il disegno di legge dei caregiver che assegnerà un contributo fino a 400 euro al mese solo a quanti convivono ed assistono un parente per circa 13 ore al giorno (pari a oltre 91 ore a settimana), a patto che abbiano un Isee annuo non superiore ai 15mila euro.
Un via libera che sarebbe arrivato con qualche frizione e che non ha soddisfatto del tutto la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. “Non posso dire di essere felicissima – ha ammesso – ma sono contenta che si metta un primo tassello molto importante per la vita di tante persone e di tante famiglie”. Uno dei punti di mancata soddisfazione, è stata la stessa ministra a sottolinearlo, è l’Isee troppo “basso”, il che significa che ci sarà una platea troppo ristretta che potrà usufruire del contributo.
Non a caso, Locatelli si è augurata che sia “durante l’iter parlamentare” ed “anche in futuro”, quella soglia si possa “innalzare e migliorare”.
“Mettiamo un punto fermo – ha puntualizzato -, dal quale non si torna più indietro, dal quale poter proseguire e migliorare da qui e per il futuro proposte e misure. Finalmente disponiamo di risorse certe, stanziate in Legge di Bilancio: 257 milioni di euro, l’unica copertura certa che sia mai stata individuata per dare seguito a una risposta concreta di riconoscimento”. Il contributo esentasse fino a 400 euro mensili sarà erogato trimestralmente o semestralmente dall’Inps. L’entità esatta del contributo dipenderà dal numero di domande che verranno presentate nel momento in cui sarà individuata la platea di destinatari e sarà compatibile con le ulteriori misure di sostegno previste per i caregiver familiari a livello regionale.
Riconoscimento e tutele anche per caregiver conviventi che si impegnano dalle 30 alle 90 ore settimanali o dalle 10 alle 29 ore settimanali. E per chi non è convivente il riconoscimento prevede un carico assistenziale di almeno 30 ore settimanali. Tra le tutele, appunto differenziate a seconda del monte ore, i caregiver riconosciuti potranno avere il diritto al congedo parentale se chi deve essere assistito è un minore di 18 anni, compresi i genitori non conviventi.
Potranno ricevere ferie e permessi solidali dai colleghi dipendenti dello stesso datore di lavoro. Se si tratta di un giovane caregiver potrà richiedere la compatibilità dell’orario del servizio civile; gli studenti caregiver potranno essere esonerati dal pagamento delle tasse universitarie o vedere riconosciuta l’esperienza di cura come credito nei percorsi di formazione scuola-lavoro.
